Quando il Garabombo cantò del Molotow

Quattro mesi fa mi trovavo ad Amburgo per assistere al Reeperbahn festival e tra la miriade di locali sfavillanti del miglio peccaminoso, rimasi folgorato da un due piani di nome Molotow. Lo stile londinese che trasudava dalle pareti mi riportò indietro agli anni sessanta, quando proprio sul quel suolo i Quattro di Liverpool muovevano i primi passi. Le luci soffuse ed il pavimento appiccicoso punzecchiavano la mia rupofobia più celata; la spumosa Astra sgretolava anche l’ultima particella di disdain cavillante. Non posso negare che divenne rapidamente il mio locale preferito, passai gran parte del mio tempo a ingurgitare birra ed ascoltare musica tra quelle mura caramellate. Vi domanderete cosa cazzo possa collegare un locale dove Frank Gallagher avrebbe potuto preparare le tartine per l’aperitivo, con uno stendardo di qualità come il Garabombo. Semplicemente vi rispondo la Musica.

Venerdì sul “palcoscenico” della Barca si esibiranno i Siberia. Quarto appuntamento dopo gli Etruschi From Lakota, i Luoghi Comuni ed i Finister; ai labronici l’onere di costruire la scalinata per salire al piano superiore. Inclusi tra i dodici finalisti di Sanremo Young 2015, la band di Livorno è fra le realtà più significative del panorama italiano. Lo stile new wawe si fonde alla perfezione con la voce melanconica e saggia di Eugenio Sournia (voce e chitarra), i testi sono specchi da i quali riflette l’immagine autentica di una personalità profonda ma al contempo frizzante. I ragazzi si esibiranno questo venerdì in Duo acustico, l’evento avrà inizio alle 22 (senza contare il quarto d’ora accademico degli artisti) nello storico locale Garabombo. In contemporanea saranno esposti i quadri del nostrano artista emergente Tommaso Valente.

Onestamente ripensando allo scenario da film dell’orrore transilvanico del Molotow ed a quello da mille e una notte del Garabombo, trovo difficile l’accostamento dei due locali, ma è alquanto esemplare – metaforicamente  parlando – come due band così distanti abbiano lo stesso cantante in comune. Di fatto la struttura della line-up del Gara, disegna chiaramente la voglia di aria nuova (o meglio, di voci nuove), come allo stesso modo le tendenze del Molotow si potrebbero definire rivoluzionare. In altri termini, nonostante i 2000 chilometri di distanza entrambi i locali adottando una politica young riportano in auge il sound di nicchia. Al cantante in comune adesso spetta solo il compito epifanico di riprendere i testi ed imbracciata di nuova la vecchia chitarra, chiudere per un momento il laptop, lasciando squillare un riff fresco ed energico, al quale dovremmo presto abituarci. La gioventù ringrazia.

Gli altri appuntamenti del Garabombo wine bar:

13/01 Siberia (LI)

20/01 Woody Gipsy Band (MI)

27/01 Redtree Groove (FI)

03/02 Monolougue (GR)

10/02 Violacida (LU)

03/03 Brace+Francesco Draicchio (Lo Stato Sociale)

10/03 La Maison (LI)

31/03 Cosmic Bloom (PARIGI)

07/04 Marigold (RM)

STAY BOMB!

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America: il voto shock ribalta tutti i pronostici

Paolo Mabia                 

Nicola Perti

Washington. “Come sapete ereditiamo una riduzione del budget dal presidente Trump. Di che entità segretario Van Houten?”  “…… siamo al verde!”. Questo scambio di battute non significherà niente per molti di voi, ma per i simpsonofili incalliti è la conferma che la creatura di Matt Groening aveva – già nel 2000 – previsto il risultato a sorpresa delle elezioni di ieri. Il video, ormai virale, vede Lisa nei panni del Presidente degli Stati Uniti appena insediatosi, alla prese con i debiti lasciati dalla presidenza precedente, quella di Trump. Sia chiaro, è decisamente presto per valutare – sempre se ci saranno – i risultati negativi della condotta del tycoon newyorkese, ma possiamo limitarci a delineare quello che sembra a tutti gli effetti, l’inizio di una nuova era.

Donald J. Trump è il nuovo inquilino della Casa Bianca. Dopo Barrack Obama l’America ha deciso, sarà il magnate a pilotare le sorti della più influente superpotenza mondiale. Battuta la sfidante Hillary Clinton che – a denti stretti – si congratula con il vincitore dicendo che bisogna  «dare a Trump la possibilità di guidare il paese». Trump vince in quasi tutti gli swing state, tra cui Florida, Ohio, Virginia, Iowa e Nevada concludendo con 279 Grandi elettori su un totale di 538 e con 59.370.534 voti ( 229 788 in meno della Clinton). Il Partito Repubblicano ottiene inoltre la maggioranza sia al Senato con 52 seggi, sia alla House of Representative con 239 seggi. Il 45esimo presidente degli Stani Uniti ha commentato la vittoria con un discorso dallo stile bizantino in confronto a quelli a cui ci aveva abituati, dicendo: «Per repubblicani e democratici è arrivato il tempo dell’unione. Dobbiamo collaborare, lavorare insieme e riunire la nostra grande nazione. Ho appena ricevuto le congratulazioni di Hillary Clinton e io mi congratulo con lei. La nostra non è stata una campagna elettorale, ma un grande movimento». Il Trump amatore dell’odio e incurante delle regole sembra aver riposto l’ascia di guerra e aver dimenticato gli sgambetti della campagna elettorale più animata degli ultimi vent’anni.

“Sarò il presidente di tutti”. Promessa che può destare perplessità se pronunciata da l’uomo che ha fatto del suo cavallo di battaglia elettorale il progetto per la costruzione di un muro lungo il confine con il Messico. Ma ripercorriamo prima l’escalation della lunga notte degli Stati Uniti: alle 18 ( mezzanotte italiana) si sono chiusi i primi seggi sulla costa Est, Kentucky e Indiana subito seguiti dal West Virginia si colorano di rosso senza sorprendere. Hillary  Clinton vince in Vermont, Delaware, Illinois, Maryland, Massachusetts, Rhode Island, New Mexico, District of Columbia, New Jersey ed infine lo Stato di New York. La candidata democratica conosce bene cosa si prova ad indossare la corona di cartone, ma conosce ancor meglio l’importanza dei polmoni per un organismo vivente. Florinda ed Ohio – considerata la poltrona della stanza ovale – sono conquistate da Trump, che si aggiudica poi il Montana, l’Idaho, l’Utah e il Missouri. Perciò dal momento in cui i due polmoni si riempiono di liquido rosso, l’organismo sopperisce assieme alle speranze dell’asinello democratico, consegnando le chiavi della White House al candidato platinato. Il tycoon compie un passo da gigante, i pochi stati restanti non scioglieranno il ghiaccio delle boule che nella ballroom dell’Hilton Midtown traboccano di Champagne. I conti sono chiusi, 228 Clinton 290 Trump. La più mordace corsa alla casa bianca si chiude con il risultato più inaspettato, i due candidati – fra i più impopolari della storia – rimarranno nei libri di testo. Attori goldoniani intrisi di una rara tradizione espressiva – per non parlare di quella imitativa – che non potevano chiudere il sipario senza un’epica uscita di scena, o meglio un’entrata in scena: il neo – presidente nelle vesti di un pastore atavico e saggio, saluta il suo gregge sulle note titaniche di Air Force One (http://www.deejay.it/news/trump-eroico-come-harrison-ford-entrata-da-presidente-sulle-note-di-air-force-one/501572/).

Risveglio Internazionale. I primi mal di pancia  vengono dal presidente del Parlamento Ue Martin Schulz che ha affermato: “la relazione transatlantica diventerà difficile”. Più pacati i toni italiani e tedeschi, smielati quelli Russi: il presidente Putin infatuato del suo pupillo assicura che «i rapporti russo-americani possano uscire dalla crisi». Mentre la voce dei mercati è discostante da quella politica: un picco globale coinvolge le borse – Madrid perde 0,4%, Milano -0,1% – spiazzate dall’imprevedibilità e dall’immaturità istituzionale del candidato repubblicano. L’effetto Trump però è presto assorbito, dopo una mattinata in discesa i responsi notturni vedono Francoforte e Parigi in stato positivo, Wall Street accelera, Milano resta debole.

Il caso. I dati forniti nelle scorse ore dal The New York Times per quanto concerne la stratificazione sociale dell’elettorato Repubblicano, incuriosiscono i politologi, i sociologi e i  propugnatori della Democrazia. Il mondo delle star – da Madonna a Bon jovi, passando per Bruce Springsteen – ingoia un boccone amaro, a nulla sono serviti i loro appelli contro colui che i bookmakers davano per spacciato – guarda autocritica New york times – senza euristicamente pesare la presenza di una grossa fetta della popolazione a stelle e strisce curiosamente stregata da Trump. Chiamatela middle class o se preferite working class – nel peggiore dei modi white trash. Come una mongolfiera non potrebbe librarsi senza l’ausilio dei bruciatori (e di TANTA aria), cosi Donald Trump ha fagocitato gli scarti dell’avversaria democratica acquisendo quota e consensi nelle contee di matrice rurale e tra i bianchi privi di laurea o titolo di studio superiore. Ad attirare l’attenzione di queste classe è la ritrovata capacità comunicativa donaldiana di stampo xenofobo, razzista e marcatamente misogina. Il messaggio è arrivato forte e chiaro, ridare l’America agli americani, ma a quelli bianchi. La proiezione di una trasformazione economica vantaggiosa per gli imprenditori ha aggiunto tra i simpatizzanti repubblicani gli yuppie dei piani alti. Il fascino del politico-non politico, di colui che dopo aver scalato la piramide sociale tenta l’arrampicata politica, il bell’uomo dal capello che ricorda quello di Cirino Pomicino della Dc e di un giovane Berlusconi aftersex, fungono da magnete per quegli esemplari isolazionisti, arrabbiati e dal grilletto facile. In definitiva la realtà vede da una parte un miliardario forte dell’ondata populista scatenata dai cambiamenti socio/politici della scacchiera mondiale, e dall’altra una candidata astenica, stremata da una logorante campagna elettorale, sfibrata dai continui attacchi investigativi e – non provate a scuotere la testa – purtroppo sfornita di un fallo. Un fiore rosso è sbocciato nel Paese della libertà, i Repubblicani sono al potere, Trump è al potere, immorale e sfacciato rischia di calpestare traguardi di aulica origine, disinformato e avventato osa nell’indossare il mantello regale troppe volte suturato e visibilmente logoro. Spero vivamente che il fiore in questione non si un Heliamphora