Pubblica Amministrazione: uno sguardo kafkiano sulla precarietà italiana

“Nell’entrare per poco non cadde, perché dietro la porta c’era ancora un gradino. «Non hanno molti riguardi per il pubblico», disse. «Di riguardi non ne hanno proprio», disse l’usciere, «dia un po’ un’occhiata qui alla sala d’aspetto». Era un lungo corridoio, con delle porte di rozza fattura da cui si accedeva alle singole sezioni del solaio. Sebbene non ci fosse nessuna fonte diretta di luce, l’oscurità non era completa, perché alcune sezioni, invece che tramezzi di legno compatto, avevano sul corridoio semplici grate di legno, che arrivavano però fino al soffitto, attraverso le quali filtrava un po’ di luce e si vedeva anche qualche impiegato seduto a scrivere, o addirittura in piedi accanto alla grata a osservare attraverso le fessure la gente nel corridoio. Davano un’impressione di squallore. A intervalli quasi regolari, sedevano sulle due file di lunghe panche di legno sistemate ai lati del corridoio. Erano tutti vestiti in modo trasandato, quantunque, a giudicare dall’espressione del viso, dall’atteggiamento, dal taglio della barba e da molti piccoli particolari difficili da definire, quasi tutti appartenessero alle classi alte. Poiché non c’erano attaccapanni, avevano messo i cappelli sotto la panca, prendendo esempio probabilmente gli uni dagli altri. Quando quelli che sedevano più vicino alla porta scorsero K. e l’usciere, si alzarono per salutare, gli altri ritennero di dover salutare anche loro, e così al passaggio dei due si alzarono tutti. Non stavano mai ben dritti, la schiena era curva, le ginocchia piegate, sembravano mendicanti…”

Alla domanda del mio professore“lei come vede la Pubblica Amministrazione?” una strana trasmissione sinaptica ha riportato alla luce nell’anticamera del mio cervello uno scorcio molto particolare tratto dal testo “Il Processo” di Franz Kafka. Questa folcloristica attribuzione deriva da un’analisi più strutturale che istituzionale della Pubblica Amministrazione (e di chi la vive). L’atavica macchina statale evidenzia sempre più numerosi acciacchi, arrancando nell’adempiere le proprie funzioni dimostra inoltre la difficoltà funzionale del decentramento incompiuto. Espressione del potere governativo, la PA italiana conferma che il riformismo incompleto dei nostri esecutivi ha reso questo strumento farraginoso e vulnerabile, in quanto stabilmente accostata con l’epiteto “spreco” forma un binomio emblematico del Bel Paese. In conclusione penso che la visione di una macchina statale amministrativo/burocratica ingolfata e soffocante sia oramai interiorizzata e -sfortunatamente – integrata nella cultura politica nostrana, ciò a reso regolare e costante l’aumento della sfiducia verso gli enti pubblici, uno sviluppo dell’economia sommersa in aggiunta ad un sistema produttivo ansimante e dulcis in fundo è importante sottolineare come il centralismo restaurato abbia ulteriormente segmentato la nazione, marcandone gli aspetti deboli dell’applicabilità amministrativa a livello locale ed incrementando le disparità regionali.