Quando mamma Rai fa bene

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Nicola Perti

Paolo Mabia

Il lunedì sera è come il primo dell’anno: hai i postumi, è il principio di qualcosa e sopratutto non c’è niente da vedere alla televisione. Encomi di ispirata malvagità sono stati scritti sul primo della settimana, la domenica che sfugge come fumo da un turibolo, il martedì che è solo il martedì, e lo zapping convulso della sera al quale preferiresti una videocassetta sulla vita sessuale degli amish commentata da Alessandro Cecchi Paone. La solita minestra riscaldata, ma di vitale importanza per il semplice motivo che come si suol dire “chi ben comincia è a metà dell’opera”. Consideriamo quindi il lunedì come una vile chimera artigliata ai fievoli ricordi di un fine settimana così vicino ma anche così lontano.

Da cinque anni a questa parte però – inaspettatamente – la tanto amata quanto odiata mamma Rai sta sperimentando un format a dir poco medicamentoso. Ergo dalle mie stesse parole che per essere alla quinta edizione non si parli più di sperimentazione ma di un pilastro di Viale Mazzini. Sto parlando di “Pechino express” che per tutti gli amanti dell’intrattenimento itinerante, colorato e politicamente corretto, è uno sbadiglio per l’acufene. Riadattato dall’originale reality belga-olandese, il programma nostrano va in onda tutti i lunedì sera alle 21:10 su Rai 2. Preceduto nei dati Auditel solamente da Report e dal qualunquismo ammaliante di elementi del calibro di Stefano Bettarini, Pechino express copre con un velo di cultura una televisione ormai glabra di contenuti (guarda Bettarini). La puntata di lunedì scorso, per esempio, vedeva le coppie – breve parentesi per chi non avesse mai visto il programma, l’obbiettivo dei concorrenti è quello di percorrere un tragitto di molti chilometri in paesi di raffinata bellezza, muovendosi in coppia i partecipanti, famosi o per lo più poco conosciuti, dovranno affrontare sfide fisiche e superare fisime mentali – in azione nel Guatemala, a Chichicastenango. Oltre alle esilaranti sfide commentate da Costantino Della Gherardesca, dotato di ubiquità e investito di una forza coinvolgete alla pari di un Dan Peterson ai tempi dello Spot Lipton ice tea, il pubblico da casa ha potuto muoversi tra i meandri di uno dei mercati più grandi al mondo, restando comodamente seduto sul suo canapè è entrato in contatto con forme di civiltà estranee all’ikealizzazione dei gusti occidentali. Ambienti da novella misticheggiante si intrecciano armoniosamente – in questa edizione – con i serafici aforismi di lady The lady, la divina Lory del Santo, accompagnata dal suo arguto toy boy, riesce a rendere ogni minima azione intrisa di un significato speciale, unico, estraneo ai comuni mortali. Insomma, Lory ama questa esperienza come un bambino ama il suo ciuccio, e la sua continua ricerca della bontà nelle persone trova risposte concettualmente inconcepibili per il <<Mario Rossi>> europoide, che dulcis in fundo spingono amenamente a riflettere sul quel mondo tanto distante. Non dimentichiamoci inoltre che ad ogni sfida finale la coppia vincitrice devolve il premio – di solito 5000 euro – ad un organizzazione umanitaria operante in quel territorio (punto a favore nella colonna dell’impegno umanitario)

Non voglio divagare da quello che è il punto focale della mia apologia Gerardeschiana, ma la qualità e le caratteristiche dei concorrenti sono una costola fondamentale della struttura di Pechino e grazie alle loro interazioni le usanze tradizionali dei popoli sono più visibili – pesando sempre la presenza delle telecamere e la teatralità che scatenano. L’aspetto che vorrei evidenziare però è un altro. Di programmi e documentari educativi ne abbiamo avuti e continueremo ad averli a bizzeffe, ma pochi di essi – se non nessuno – riescono a combinare l’enfasi ammaliante di posti che molti di noi non avranno altro modo di vedere, con l’azione dell’entertainment moderno.

Spiegandomi meglio, la mia sorpresa nel vedere la spada del rivoluzionario Simón Bolívar, nel sentir leggere righe di Cent’anni di solitudine si alleggerisce quando una Tina Cipollari di turno pronuncia un English volgarmente superabile solo dal maccheronico di uno Zucchero sbronzo marcio, e così da mero programma educativo si trasforma in un avvincente salotto mondiale, adatto per tutta la famiglia e al quale tutta la famiglia non dovrebbe fare a meno. Pechino express si presta – con voto unanime del pubblico nazionale – ad essere un ottima tisana contro il mal di pancia del monday night.

La gioventù ringrazia per le lezioni di Pechino, tenute dall’anomalo docente di ruolo – Costantino – che a differenza di molti altri suoi colleghi non mostra (fortunatamente) le grazie per farsi ascoltare.