David Bacci: un giro tra le mille striature dell’artista maremmano

Albinia. Nato nel 1976, vive ad albina, dove dirige la falegnameria Bacci, retaggio della famiglia da sei generazioni. Infatuato del mondo artistico sin da piccolo, David fruisce della propria conoscenza viscerale del legno e dell’esperta manualità figlia del mestiere per creare opere di raffinata bellezza. Il mix di tasselli, intarsi e pittura immergono l’artista nel periplo siderale del simbolismo, ma allo stesso tempo l’utilizzo di materiale di riciclo come base delle sue opere e le diverse tematiche toccate evidenziano una sensibilità verso l’ambiente ed una personalità impegnata e attenta. La numerosa produzione vanta opere esposte in prestigiose gallerie, collezioni private e locali blasonati. La purezza delle forme e la semplicità apparente delle realizzazioni trasmettono – in parte – il pensiero di un artista unito intimamente alla propria terra.

David, possiamo dire che la tua è stata un’alterazione nella dinastia di maestri del legno della famiglia Bacci; quando hai cominciato a appassionanti all’arte?

In primis io mi definiscono un falegname, tra pochi giorni festeggerò i miei venti anni di attività nel mestiere e amo quel che faccio. La passione per l’arte è sempre stata insita in me, nel 1989 a tredici anni in occasione del bicentenario della rivoluzione francese a Parigi, vinsi il primo concorso, realizzando una mini ghigliottina in legno, perfettamente funzionante, a dimostrazione della forza attrattiva di questa congenita passione.”

Ricordi un momento decisivo per la tua carriera?

“Come tanti artisti inizialmente ero intrappolato in un impasse di timidezza. La svolta grazie alla quale mi sono calato nel camice bianco è arrivata dopo una conversazione con una mia attuale cliente (di cui non posso fare il nome), la quale mi spronò aprendomi gli occhi e facendomi acquisire la fiducia che mi mancava.”

Le tue opere toccano molte tematiche, dalla religione alla natura, cosa ti ispira?

La religione è una delle innumerevoli “muse” di cui mi servo, sono credente ma non praticante  per puntualizzare. Francamente considero la mia ispirazione libera, non legata a qualcosa in particolare.

So che hai molto a cuore la questione ambientale, spiegaci come ogni materiale – o quasi – impiegato per le tue opere è rispettoso nei confronti di madre natura?

Le mie opere sono composte per gran parte con legni riciclati e colori naturali. Uso esclusivamente vernice all’acqua e scarti della falegnameria, piccoli accorgimenti di cui vado fiero.”

Come definisci la tua arte?

“…… fammici pensare, meglio riparlarne alla fine.”

A volte con pochi – a prima vista – semplici oggetti, riesci a celare una visione oculata della realtà, come nel quadro “Le sei Mogli di Enrico VIII”… come ci riesci?”

“In quel quadro – come in molti altri – sfrutto le curve morbidi e le venature interne del legno, per uscire dall’oggettiva concezione primaria del monade di legno bel lavorato e lasciar libero sfogo alla mia vena creativa. Considero l’interpretazione artistica una camicia: tutti possono indossarla ma ognuno di noi lo farà in modo diverso, chi la abbottonerà fino al colletto, chi tirerà su le maniche, chi lasciandola aperta indosserà sotto una maglietta divertente… in verità sono appagato quando l’osservatore travalica la mia personale visione del quadro.”

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“Le sei mogli di Enrico VIII”

Quali sono i tuoi artisti preferiti?

“Mi colpiscono molto le opere di Flora Feliciotti e Anny Baldissera, lo stile di Daniel Spoerri, la profondità dei quadri di Ennio Calabria e ultimo ma non certo per importanza, il lavoro di Giuliano Giuggioli, amico, confidente e mentore.”

Ho saputo della tua passione per il cinema, cosa guardi?

“Adoro il cinema in tutte le sue forme, i film che più hanno segnato l’Io cinefilo sono stati: “Pretty Woman”, “Ufficiale e Gentiluomo” e “Finché c’è guerra c’è speranza” (più per il concetto che esprime che per il film). Per quanto riguarda le serie Tv sono un grande fan del “Il Conte di Montecristo”, che assieme alle macchine sportive costituisce la mia debolezza latente.”

Prima di salutarci sei pronto a rispondere alla domanda schivata prima?

“Allora la risposta alla domanda e’ ….. POPULAR ART, ispirata alla pop art di Andy Warhol.”

Dedica speciale dell’artista

“Ringrazio la mia famiglia e chi mi sta vicino perché a volte mi rendo conto che sono veramente insopportabile ….. artisticamente parlando!”

Biografia e premi

L’arte dell’ebanista David Bacci (classe ’76) non può essere collocata sotto una sola corrente artistica .Il tratto minimale, le sue variazioni cromatiche essenziali, il sapiente utilizzo di materiale di riciclo come base delle sue opere tridimensionali, i soggetti spesso attuali, misti all’amore per la sua terra d’origine (la maremma) e l’abilità del proprio mestiere, rendono David un artista a tutto tondo .Fin dall’adolescenza dimostra in più occasioni la sua vena creativa, iniziando ad utilizzare il legno come canale comunicativo dei propri pensieri in forma artistica .Nel 1989, in occasione del bicentenario della rivoluzione francese, all’età di 13 anni, vince il suo primo concorso, con permanenza di una settimana a Parigi, realizzando una mini ghigliottina in legno, perfettamente funzionante .Tra le sue esposizioni personali, si ricordano quella a Forte Stella a Porto Ercole; a Palazzo Collacchioni a Capalbio; a Palazzo Chigi Zondadari Barabino a San Quirico d’Orcia; e quella di Porto Santo Stefano, alla Fortezza Spagnola, oltre naturalmente a diverse collettive in Italia, a Roma, Milano, Siena, Firenze, Pisa ed in Europa: Parigi, Lugano e Belgrado .David ha anche la non comune abitudine, di unire l’arte alla cultura enogastronomica maremmana, infatti ha delle mostre permanenti in alcuni locali molto “in” della Toscana, ad esempio il ristorante Nobili Santi all’Argentario Polo Club, al ristorante Da Maria a Capalbio, all’Osteria La Poventa ed all’Enoteca da Checco a Magliano in Toscana oltre a quelle ispirate al mare, al Tuscany Bay in Giannella (Locale del cantante Pino Daniele), ed alla Locanda dei MIlle a Talamone. La “personale” nel Luglio 2015 alla Polveriera Guzman, con oltre 45 opere, tra quadri, sculture ed istallazioni, dove si conferma il legame dell’arte di David con il suo territorio natio.Molti i premi e gli attestati ricevuti in carriera, tra gli ultimi presi: “Foglia d’Argento” nel Novembre 2014 e nel 2016, presso la Galleria Pilzergentrum a Castel Sant’Angelo, “Diploma d’Autore” nel Maggio 2015 e 2016, ritirati personalmente dall’artista in Campidoglio a Roma, “Arte d’Autunno” nell’Ottobre 2015 con premiazione presso la discoteca Gilda sempre nella Capitale .Il 2016, si e’ aperto con la partecipazione alla Biennale Internazionale di Arte a Roma in programma dal 16 al 24 Gennaio presso le Sale del Bramante a Piazza del Popolo, dove David ha presentato la scultura “Cielo”, di seguito ha partecipazione ad una importante collettiva a Salerno ad Aprile.Al Premio Primavera a Maggio sempre con una collettiva di artisti internazionali ancora a Roma in un centro di cultura religioso tedesco, ed a Luglio/Agosto/settembre con una personale alla Fattoria la Parrina, della Marchesa Franca Spinola, in occasione della presentazione degli ultimi libri della scrittrice Dacia Maraini , dello scrittore Antonio Manzini , di Pierluigi Battista (scrittore e giornalista), di Massimo Nava, anch’esso giornalista e scrittore, di Mauro Canali, ed infine della scrittrice Benedetta Craveri, una collettiva a Venezia presso la chiesa di San Leonardo ed una visita all’Harry’s Bar Cipriani per uno scambio culturale, ad Ottobre 2016 e’ in mostra a Milano alla Biblioteca Umanistica ed a Novembre sarà a Trieste per un’altra collettiva . Partecipa ad un concorso di arte tenutosi dal 20 al 27 gennaio 2017 alla Sala Mostre del Complesso Monumentale dei Dioscuri del QUIRINALE a Roma con  l’opera “BLACK CARDINAL”

Alcune opere

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“Genitori e Figli”


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“Venere Nuda”

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“Direzioni Distinte”

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“Aurora”

Quando il Garabombo cantò del Molotow

Quattro mesi fa mi trovavo ad Amburgo per assistere al Reeperbahn festival e tra la miriade di locali sfavillanti del miglio peccaminoso, rimasi folgorato da un due piani di nome Molotow. Lo stile londinese che trasudava dalle pareti mi riportò indietro agli anni sessanta, quando proprio sul quel suolo i Quattro di Liverpool muovevano i primi passi. Le luci soffuse ed il pavimento appiccicoso punzecchiavano la mia rupofobia più celata; la spumosa Astra sgretolava anche l’ultima particella di disdain cavillante. Non posso negare che divenne rapidamente il mio locale preferito, passai gran parte del mio tempo a ingurgitare birra ed ascoltare musica tra quelle mura caramellate. Vi domanderete cosa cazzo possa collegare un locale dove Frank Gallagher avrebbe potuto preparare le tartine per l’aperitivo, con uno stendardo di qualità come il Garabombo. Semplicemente vi rispondo la Musica.

Venerdì sul “palcoscenico” della Barca si esibiranno i Siberia. Quarto appuntamento dopo gli Etruschi From Lakota, i Luoghi Comuni ed i Finister; ai labronici l’onere di costruire la scalinata per salire al piano superiore. Inclusi tra i dodici finalisti di Sanremo Young 2015, la band di Livorno è fra le realtà più significative del panorama italiano. Lo stile new wawe si fonde alla perfezione con la voce melanconica e saggia di Eugenio Sournia (voce e chitarra), i testi sono specchi da i quali riflette l’immagine autentica di una personalità profonda ma al contempo frizzante. I ragazzi si esibiranno questo venerdì in Duo acustico, l’evento avrà inizio alle 22 (senza contare il quarto d’ora accademico degli artisti) nello storico locale Garabombo. In contemporanea saranno esposti i quadri del nostrano artista emergente Tommaso Valente.

Onestamente ripensando allo scenario da film dell’orrore transilvanico del Molotow ed a quello da mille e una notte del Garabombo, trovo difficile l’accostamento dei due locali, ma è alquanto esemplare – metaforicamente  parlando – come due band così distanti abbiano lo stesso cantante in comune. Di fatto la struttura della line-up del Gara, disegna chiaramente la voglia di aria nuova (o meglio, di voci nuove), come allo stesso modo le tendenze del Molotow si potrebbero definire rivoluzionare. In altri termini, nonostante i 2000 chilometri di distanza entrambi i locali adottando una politica young riportano in auge il sound di nicchia. Al cantante in comune adesso spetta solo il compito epifanico di riprendere i testi ed imbracciata di nuova la vecchia chitarra, chiudere per un momento il laptop, lasciando squillare un riff fresco ed energico, al quale dovremmo presto abituarci. La gioventù ringrazia.

Gli altri appuntamenti del Garabombo wine bar:

13/01 Siberia (LI)

20/01 Woody Gipsy Band (MI)

27/01 Redtree Groove (FI)

03/02 Monolougue (GR)

10/02 Violacida (LU)

03/03 Brace+Francesco Draicchio (Lo Stato Sociale)

10/03 La Maison (LI)

31/03 Cosmic Bloom (PARIGI)

07/04 Marigold (RM)

STAY BOMB!

THE ROLLING STONES Blue & Lonesome

THE ROLLING STONES                                                                                                                       Blue & Lonesome                                                                                                                                          (Polydor Records)

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È uscito il nuovo disco dei Rolling Stones, ed è una bomba di stile. Blue & Lonesome è l’inciso che riporta sul mercato mondiale quei pazzi sporchi, brutti e cattivi, rimasti sterili come una cellula sopita per ben 11 anni.

Un ritorno alle origini, le loro e quelle della Black music. Blue & Lonesome è stato prodotto da Don Was e The Glimmer Twins, registrato in tre giorni nei British Grove Studios, ascoltato per una vita. Il disco è un omaggio ai grandi del blues – ergo, un omaggio alla band stessa – da Little Walter a Eddie Taylor, fino ad arrivare a Howlin’ Wolf. La verità è che gli Stones – citando Nino Ferrer  – vorrebbero la pelle nera. Nati come blues band, a cinquantadue anni dall’uscita del loro primo LP Mick e compagnia bella dimostrano di saperci ancora fare. Un film del passato, vedi il cammeo del dottor Eric Clapton, anello di congiunzione catartico tra quel suono ispido e arrabbiato del caldo sud ed un educato ma vibrante ritmo della città. Dodici perle ed una sola ostrica. Little Walter è indubbiamente la voce narrante dell’avventura nell’universo afro dei Rolling Stones. Just your fool – track iniziale – Blue And Lonesome e Hate To See You Go (in particolare) esaltano l’harmonic beat di Jagger, e confermano l’assoluta naturalezza degli Stones nel maneggiare il genere musicale. Come un callo svilito da una pietra pomice, gli Stones sono riusciti a rimuovere la coriacea corazza con cui il Blues si è sempre difeso da quegli “estranei” che non possono capire certa musica.

Il ruggito di Jagger in All of Your Love rievoca i tempi in cui Jack Bruce scriveva la storia di Train Time, la complicità con cui Wood, Richards e Watts combinano è segno della sincera passione con cui è stato creato il disco e dulcis in fundo il marchio inconfondibile di Clapton in Everybody Knows About My Good Thing rendono il tutto un inno al malinconico sound nato intorno al 1900 nel delta del Mississippi. Il Blues è da sempre un modo di essere, un profumo grezzo e pungente spruzzato negli occhi. Frutto della emarginazione sociale il canto della povertà viene cullato dall’eterna passione degli Stones: quella di sorprendere. Nell’era di Spotify, i vecchi pirati non resistono al fascino delle antiche note sinuose, colme di rancore; non esitano a impugnare la protesta e farla loro. Il disco è un martello scagliato contro le barriere. Cancellato quell’atavico dolore intrinseco gli Stones – in particolare in Commit a Crime di Howlin Wolf – ricostruiscono a modo loro le frequenze diatoniche, urlando così a gran voce “Siamo tornati!”.

La fame con cui gli strumenti rubano la scena per sprigionare tutta la loro prestanza e la troppa tequila ingurgitata da Jagger che gli ha reso la voce come carta vetrata, rendono il disco epico e confermano la sfacciata voglia di non tramontare mai di questi diavoli dalle forme umane.

Questa la tracklist completa:

1. Just Your Fool (Original written and recorded in 1960 by Little Walter)

2.  Commit A Crime (Original written and recorded in 1966 by Howlin’ Wolf – Chester Burnett)

3. Blue And Lonesome (Original written and recorded in 1959 by Little Walter)

4. All Of Your Love (Original written and recorded in 1967 by Magic Sam – Samuel Maghett)

5. I Gotta Go (Original written and recorded in 1955 by Little Walter)

6. Everybody Knows About My Good Thing (Original recorded in 1971 by Little Johnny Taylor, composed by Miles Grayson & Lermon Horton)

7. Ride ‘Em On Down (Original written and recorded in 1955 by Eddie Taylor)

8. Hate To See You Go (Original written and recorded in 1955 by Little Walter)

9. Hoo Doo Blues (Original recorded in 1958 by Lightnin’ Slim, composed by Otis Hicks & Jerry West)

10. Little Rain (Original recorded in 1957 by Jimmy Reed, composed by Ewart.G.Abner Jr. and Jimmy Reed)

11. Just Like I Treat You (Original written by Willie Dixon and recorded by Howlin’ Wolf in December 1961)

12. I Can’t Quit You Baby (Original written by Willie Dixon and recorded by Otis Rush in 1956)

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America: il voto shock ribalta tutti i pronostici

Paolo Mabia                 

Nicola Perti

Washington. “Come sapete ereditiamo una riduzione del budget dal presidente Trump. Di che entità segretario Van Houten?”  “…… siamo al verde!”. Questo scambio di battute non significherà niente per molti di voi, ma per i simpsonofili incalliti è la conferma che la creatura di Matt Groening aveva – già nel 2000 – previsto il risultato a sorpresa delle elezioni di ieri. Il video, ormai virale, vede Lisa nei panni del Presidente degli Stati Uniti appena insediatosi, alla prese con i debiti lasciati dalla presidenza precedente, quella di Trump. Sia chiaro, è decisamente presto per valutare – sempre se ci saranno – i risultati negativi della condotta del tycoon newyorkese, ma possiamo limitarci a delineare quello che sembra a tutti gli effetti, l’inizio di una nuova era.

Donald J. Trump è il nuovo inquilino della Casa Bianca. Dopo Barrack Obama l’America ha deciso, sarà il magnate a pilotare le sorti della più influente superpotenza mondiale. Battuta la sfidante Hillary Clinton che – a denti stretti – si congratula con il vincitore dicendo che bisogna  «dare a Trump la possibilità di guidare il paese». Trump vince in quasi tutti gli swing state, tra cui Florida, Ohio, Virginia, Iowa e Nevada concludendo con 279 Grandi elettori su un totale di 538 e con 59.370.534 voti ( 229 788 in meno della Clinton). Il Partito Repubblicano ottiene inoltre la maggioranza sia al Senato con 52 seggi, sia alla House of Representative con 239 seggi. Il 45esimo presidente degli Stani Uniti ha commentato la vittoria con un discorso dallo stile bizantino in confronto a quelli a cui ci aveva abituati, dicendo: «Per repubblicani e democratici è arrivato il tempo dell’unione. Dobbiamo collaborare, lavorare insieme e riunire la nostra grande nazione. Ho appena ricevuto le congratulazioni di Hillary Clinton e io mi congratulo con lei. La nostra non è stata una campagna elettorale, ma un grande movimento». Il Trump amatore dell’odio e incurante delle regole sembra aver riposto l’ascia di guerra e aver dimenticato gli sgambetti della campagna elettorale più animata degli ultimi vent’anni.

“Sarò il presidente di tutti”. Promessa che può destare perplessità se pronunciata da l’uomo che ha fatto del suo cavallo di battaglia elettorale il progetto per la costruzione di un muro lungo il confine con il Messico. Ma ripercorriamo prima l’escalation della lunga notte degli Stati Uniti: alle 18 ( mezzanotte italiana) si sono chiusi i primi seggi sulla costa Est, Kentucky e Indiana subito seguiti dal West Virginia si colorano di rosso senza sorprendere. Hillary  Clinton vince in Vermont, Delaware, Illinois, Maryland, Massachusetts, Rhode Island, New Mexico, District of Columbia, New Jersey ed infine lo Stato di New York. La candidata democratica conosce bene cosa si prova ad indossare la corona di cartone, ma conosce ancor meglio l’importanza dei polmoni per un organismo vivente. Florinda ed Ohio – considerata la poltrona della stanza ovale – sono conquistate da Trump, che si aggiudica poi il Montana, l’Idaho, l’Utah e il Missouri. Perciò dal momento in cui i due polmoni si riempiono di liquido rosso, l’organismo sopperisce assieme alle speranze dell’asinello democratico, consegnando le chiavi della White House al candidato platinato. Il tycoon compie un passo da gigante, i pochi stati restanti non scioglieranno il ghiaccio delle boule che nella ballroom dell’Hilton Midtown traboccano di Champagne. I conti sono chiusi, 228 Clinton 290 Trump. La più mordace corsa alla casa bianca si chiude con il risultato più inaspettato, i due candidati – fra i più impopolari della storia – rimarranno nei libri di testo. Attori goldoniani intrisi di una rara tradizione espressiva – per non parlare di quella imitativa – che non potevano chiudere il sipario senza un’epica uscita di scena, o meglio un’entrata in scena: il neo – presidente nelle vesti di un pastore atavico e saggio, saluta il suo gregge sulle note titaniche di Air Force One (http://www.deejay.it/news/trump-eroico-come-harrison-ford-entrata-da-presidente-sulle-note-di-air-force-one/501572/).

Risveglio Internazionale. I primi mal di pancia  vengono dal presidente del Parlamento Ue Martin Schulz che ha affermato: “la relazione transatlantica diventerà difficile”. Più pacati i toni italiani e tedeschi, smielati quelli Russi: il presidente Putin infatuato del suo pupillo assicura che «i rapporti russo-americani possano uscire dalla crisi». Mentre la voce dei mercati è discostante da quella politica: un picco globale coinvolge le borse – Madrid perde 0,4%, Milano -0,1% – spiazzate dall’imprevedibilità e dall’immaturità istituzionale del candidato repubblicano. L’effetto Trump però è presto assorbito, dopo una mattinata in discesa i responsi notturni vedono Francoforte e Parigi in stato positivo, Wall Street accelera, Milano resta debole.

Il caso. I dati forniti nelle scorse ore dal The New York Times per quanto concerne la stratificazione sociale dell’elettorato Repubblicano, incuriosiscono i politologi, i sociologi e i  propugnatori della Democrazia. Il mondo delle star – da Madonna a Bon jovi, passando per Bruce Springsteen – ingoia un boccone amaro, a nulla sono serviti i loro appelli contro colui che i bookmakers davano per spacciato – guarda autocritica New york times – senza euristicamente pesare la presenza di una grossa fetta della popolazione a stelle e strisce curiosamente stregata da Trump. Chiamatela middle class o se preferite working class – nel peggiore dei modi white trash. Come una mongolfiera non potrebbe librarsi senza l’ausilio dei bruciatori (e di TANTA aria), cosi Donald Trump ha fagocitato gli scarti dell’avversaria democratica acquisendo quota e consensi nelle contee di matrice rurale e tra i bianchi privi di laurea o titolo di studio superiore. Ad attirare l’attenzione di queste classe è la ritrovata capacità comunicativa donaldiana di stampo xenofobo, razzista e marcatamente misogina. Il messaggio è arrivato forte e chiaro, ridare l’America agli americani, ma a quelli bianchi. La proiezione di una trasformazione economica vantaggiosa per gli imprenditori ha aggiunto tra i simpatizzanti repubblicani gli yuppie dei piani alti. Il fascino del politico-non politico, di colui che dopo aver scalato la piramide sociale tenta l’arrampicata politica, il bell’uomo dal capello che ricorda quello di Cirino Pomicino della Dc e di un giovane Berlusconi aftersex, fungono da magnete per quegli esemplari isolazionisti, arrabbiati e dal grilletto facile. In definitiva la realtà vede da una parte un miliardario forte dell’ondata populista scatenata dai cambiamenti socio/politici della scacchiera mondiale, e dall’altra una candidata astenica, stremata da una logorante campagna elettorale, sfibrata dai continui attacchi investigativi e – non provate a scuotere la testa – purtroppo sfornita di un fallo. Un fiore rosso è sbocciato nel Paese della libertà, i Repubblicani sono al potere, Trump è al potere, immorale e sfacciato rischia di calpestare traguardi di aulica origine, disinformato e avventato osa nell’indossare il mantello regale troppe volte suturato e visibilmente logoro. Spero vivamente che il fiore in questione non si un Heliamphora

Quando mamma Rai fa bene

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Nicola Perti

Paolo Mabia

Il lunedì sera è come il primo dell’anno: hai i postumi, è il principio di qualcosa e sopratutto non c’è niente da vedere alla televisione. Encomi di ispirata malvagità sono stati scritti sul primo della settimana, la domenica che sfugge come fumo da un turibolo, il martedì che è solo il martedì, e lo zapping convulso della sera al quale preferiresti una videocassetta sulla vita sessuale degli amish commentata da Alessandro Cecchi Paone. La solita minestra riscaldata, ma di vitale importanza per il semplice motivo che come si suol dire “chi ben comincia è a metà dell’opera”. Consideriamo quindi il lunedì come una vile chimera artigliata ai fievoli ricordi di un fine settimana così vicino ma anche così lontano.

Da cinque anni a questa parte però – inaspettatamente – la tanto amata quanto odiata mamma Rai sta sperimentando un format a dir poco medicamentoso. Ergo dalle mie stesse parole che per essere alla quinta edizione non si parli più di sperimentazione ma di un pilastro di Viale Mazzini. Sto parlando di “Pechino express” che per tutti gli amanti dell’intrattenimento itinerante, colorato e politicamente corretto, è uno sbadiglio per l’acufene. Riadattato dall’originale reality belga-olandese, il programma nostrano va in onda tutti i lunedì sera alle 21:10 su Rai 2. Preceduto nei dati Auditel solamente da Report e dal qualunquismo ammaliante di elementi del calibro di Stefano Bettarini, Pechino express copre con un velo di cultura una televisione ormai glabra di contenuti (guarda Bettarini). La puntata di lunedì scorso, per esempio, vedeva le coppie – breve parentesi per chi non avesse mai visto il programma, l’obbiettivo dei concorrenti è quello di percorrere un tragitto di molti chilometri in paesi di raffinata bellezza, muovendosi in coppia i partecipanti, famosi o per lo più poco conosciuti, dovranno affrontare sfide fisiche e superare fisime mentali – in azione nel Guatemala, a Chichicastenango. Oltre alle esilaranti sfide commentate da Costantino Della Gherardesca, dotato di ubiquità e investito di una forza coinvolgete alla pari di un Dan Peterson ai tempi dello Spot Lipton ice tea, il pubblico da casa ha potuto muoversi tra i meandri di uno dei mercati più grandi al mondo, restando comodamente seduto sul suo canapè è entrato in contatto con forme di civiltà estranee all’ikealizzazione dei gusti occidentali. Ambienti da novella misticheggiante si intrecciano armoniosamente – in questa edizione – con i serafici aforismi di lady The lady, la divina Lory del Santo, accompagnata dal suo arguto toy boy, riesce a rendere ogni minima azione intrisa di un significato speciale, unico, estraneo ai comuni mortali. Insomma, Lory ama questa esperienza come un bambino ama il suo ciuccio, e la sua continua ricerca della bontà nelle persone trova risposte concettualmente inconcepibili per il <<Mario Rossi>> europoide, che dulcis in fundo spingono amenamente a riflettere sul quel mondo tanto distante. Non dimentichiamoci inoltre che ad ogni sfida finale la coppia vincitrice devolve il premio – di solito 5000 euro – ad un organizzazione umanitaria operante in quel territorio (punto a favore nella colonna dell’impegno umanitario)

Non voglio divagare da quello che è il punto focale della mia apologia Gerardeschiana, ma la qualità e le caratteristiche dei concorrenti sono una costola fondamentale della struttura di Pechino e grazie alle loro interazioni le usanze tradizionali dei popoli sono più visibili – pesando sempre la presenza delle telecamere e la teatralità che scatenano. L’aspetto che vorrei evidenziare però è un altro. Di programmi e documentari educativi ne abbiamo avuti e continueremo ad averli a bizzeffe, ma pochi di essi – se non nessuno – riescono a combinare l’enfasi ammaliante di posti che molti di noi non avranno altro modo di vedere, con l’azione dell’entertainment moderno.

Spiegandomi meglio, la mia sorpresa nel vedere la spada del rivoluzionario Simón Bolívar, nel sentir leggere righe di Cent’anni di solitudine si alleggerisce quando una Tina Cipollari di turno pronuncia un English volgarmente superabile solo dal maccheronico di uno Zucchero sbronzo marcio, e così da mero programma educativo si trasforma in un avvincente salotto mondiale, adatto per tutta la famiglia e al quale tutta la famiglia non dovrebbe fare a meno. Pechino express si presta – con voto unanime del pubblico nazionale – ad essere un ottima tisana contro il mal di pancia del monday night.

La gioventù ringrazia per le lezioni di Pechino, tenute dall’anomalo docente di ruolo – Costantino – che a differenza di molti altri suoi colleghi non mostra (fortunatamente) le grazie per farsi ascoltare.

Jihad fai da te

 

Jihad fai da te

Paolo Mabia

Nicola Perti

Nizza. Gli episodi che hanno segnato la settimana appena conclusasi stanno – paurosamente – assumendo frequenze quotidiane. Perché  gli  attentatori sono in mezzo a noi, perché è quasi impossibile rintracciarli o perché la loro non è più una questione meramente religiosa. L’Europa incassa l’ennesimo delitto di stampo terroristico, l’ennesimo strazio rivendicato dal sedicente Stato Islamico. Il 14 Luglio sul lungomare di Nizza abbiamo assistito alla carneficina per mano di un singolo uomo, un essere vivente emotivamente debole, forse mossosi per ordini di uomini legati ai movimenti terroristici o forse solamente guidato da ossessioni violente e omicide. Nel giorno della festa nazionale francese, monolite politico e sociale, il Califfato – che subito rivendica l’attentato – sferra un attacco senza eguali. Mohammed Bouhlel 31 anni tunisino, piomba con il suo camion sulla folla distratta uccidendo 84 persone, fra cui 4 connazionali italiani, percorrendo circa 2 Km  sulla Promenade des Anglais e lasciando dietro di se una scia di morte. L’inchiesta avviata contro l’attentatore e i presunti collaboratori lascia dubbi e perplessità su quello che è stato il movente dell’attentato. << Non era un praticante, non faceva parte di noi>> così si possono riassumere le dichiarazioni lasciate all’unisono dalla comunità mussulmana a pochi giorni dall’accaduto.

DUBBI

<<Mohammed Bouhlel non era un fedele e non era un Jihadista>> l’amico James Kone lo ricorda così. Amava divertirsi, frequentava luoghi mondani dove alcool e depravazione regnano sovrani. Le sue ultime ricerche – ritrovate nella cronologia web – disegnano un uomo disturbato, amante dei vizi e lontano anni luce da quello che si può chiamare un mussulmano praticante.

La strage di Nizza porta con se un mistero: le finte armi trovate nel furgone di Mohammed, i legame incongrui con la dottrina Islamica, gli ultimi sms inviati dal furgone con i quali l’uomo chiede altre armi. La logica ci fa pensare ad un dopo attentato oltre che alla presenza di altri collaboratori che hanno o avrebbero dovuto aiutare Mohammed. La scansione dell’attentato però evidenzia la mancanza di un filo rosso sensato, calzante a gli altri casi, piuttosto ci porta a pensare ad un’unita contagiata che ha agito per veci di mandanti o per propria iniziativa. Ma non è questo l’argomento che vogliamo vagliare, la quantità di prove ci condurrebbero ad un groviglio districabile solo a fine indagine.

ANALISI DIFFERENTE

La visione che le voci fuori dal comune cercano di proporre riguarda l’altra faccia degli attentati, la vita personale dei killer, molte volte omessa dalle indagine, può adesso assumere caratteri primari. Le teorie che aleggiano su questo punto sono – alcune volte – banalmente ricollegate all’operato di arruolamento e di indottrinamento dell’oramai assodato Isis. Il quale non si fa attendere quando c’è da rivendicare un attentato o un qualsiasi atto immondo di un individuo. Un ragno che tesse la sua tela, indottrina giovani dei quali nessuno mai sospetterebbe, e lo fa con celere tempistica imperniando la sua propaganda sulla trasmissione via rete. Quest’ultimi avvenimenti dimostrano però che la matrice Islamica è assuefatta dalla perversione della rivendicazione, come dimostra quella fatta dopo che un giovane afgano nella notte di Lunedì 18 ha aggredito e ferito gravemente 4 passeggeri su un treno regionale che conduce dalla città di Treuchtlingen a quella di Wuerzburg in Baviera. Il giovane, successivamente ucciso da due poliziotti, aveva dimostrato nell’ultimo periodo un interessamento insano nei confronti del lemma terrorista, postando video e foto in cui dichiarava l’intenzione di voler ferire o uccidere i miscredenti (con armi bianche o domestiche a simboleggiare l’estraneità diretta del Califfato) così da poter riposare nell’eterno paradiso agognato. Giunti a questo puntò mi sembra palese rivolgere uno sguardo attento a l’ombra proiettata dal soldato che preme il grilletto al grido di “Allah Akbar”. L’ombra del radicalizzato proveniente dal centro Europa, colui che raccoglie i frutti marci di questo malsano movimento. Un tono rabbioso e represso cresce dentro le moschee, dentro quei luoghi sacri dove l’anima si sveste delle mortali spoglie per concedersi al proprio Dio. Un popolo che ha paura dello sguardo con cui viene tagliato, teme le ripercussioni degli atti di gente ceca di fronte alle parole del Corano. Teme la forza di un principio attivo iniettato su larga scala, dall’Afganistan al Bangladesh adesso ci si prepara a nuovi attacchi e la normalità è un’isola oramai lontana. Quel principio attivo capace di smuovere cellule sopite e prive di valori congrui alla causa immobilizza sempre più l’intero mondo lasciando poco spazio al resto. Dobbiamo acquisire la capacità di saper distinguere e la lucidità per analizzare gli scoppi mentali di un pazzo. Continuando a fare “di ogni erba un fascio” finiremmo per puntare il dito sull’autoproclamatosi Stato Islamico ad ogni proiettile sparato, ad ogni uomo ucciso ed ad ogni città distrutta, quando invece dovremmo cercare la fiamma da cui è divampato l’incendio e per farlo non bisogna andare molto lontano. L’ignoranza crea terrore.

IN ITALIA

L’italia in tutto questo riesce a ritagliarsi la sua solita ottusa figura. A partire dal Presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, che ha affermato di voler inasprire la già severa legge regionale sui luoghi di culto, per finire con l’exploit del nostro ministro dell’Interno Angelino Alfano, che preso dalla tanta foga di comunicare lascia dichiarazioni semiveritiere su di presunto complice mentre l’operazioni della polizia nazionale Francese – per scovare il latitante – sono in corso e senza prima aver avvertito il Procurato nazionale antiterrorismo Franco Roberti. L’ennesima dimostrazione che arguzia ed empatia non sono caratteri riscontrabili nei nostri rappresentanti.

Un pensiero profondo

Carla Gaveglio, Maria Grazia Ascoli, Gianna Muset e Angelo D’Agostino.