Quanto vale una Democrazia

RomaSe ad una lettura del titolo alcuni di voi si sono chiesti se fosse solo una pura provocazione o seriamente  hanno cercato di dare una risposta sensata e costruttiva, domandandosi se attribuire un valore morale, una dote o una specifica capacità; dovranno accettare come risposta…Cinquecento milioni, non di buone ragioni, bensì di euro. Ebbene sì, nonostante altri autorevoli colleghi ne abbiano e ne stiano già parlando, ci è sembrato giusto adempiere ad un doveroso diritto civile, ossia, scrivere a nome della nostra redazione un articolo sulla imminente riforma costituzionale del 4 dicembre 2016. Ciò che fa più riflettere è che una delle domande che di più ha tenuto impegnate le persone nella storia, in Italia, ha trovato risposta. Chiedersi perché avere una visione critica in questa fase importante della repubblica italiana è d’obbligo; ma dobbiamo immaginarci la democrazia come un orologio, composto da tanti singoli elementi che messi insieme danno un’esattezza; quando questo bilanciamento di libra viene a mancare il funzionamento cambia.

Nel libro XI de Lo spirito delle leggi (L’esprit des lois) edito nel 1748, Montesquieu traccia la teoria della separazione dei poteri. Partendo dalla considerazione che il “potere assoluto corrompe assolutamente”, l’autore analizza i tre generi di poteri che vi sono in ogni Stato: il potere legislativo (fare le leggi), il potere esecutivo (farle eseguire) e il potere giudiziario (giudicarne i trasgressori). Condizione oggettiva per l’esercizio della libertà del cittadino, è che questi tre poteri restino nettamente separati.

In Italia, ci ritroviamo con una legge elettorale e un Parlamento in parte incostituzionali (la Corte Costituzionale ha dichiarato che con l’elezione del 2013 si è “rotto il rapporto di rappresentanza”), con un presidente del consiglio non eletto da regolari elezioni ed una riforma costituzionale sulla quale i più autorevoli costituzionalisti sono scettici o contrari.

Per giunta è stato intrapreso un percorso attraverso il quale una serie di importanti ed incisive riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di quello che, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, ossia il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione del Parlamento con ogni genere di pressione (minacce di scioglimento, di epurazione, sostituzione dei dissenzienti, bollati come dissidenti),di forzature (strozzamento delle discussioni parlamentari, caducazione di emendamenti), di trasformismo parlamentare (passaggi dall’opposizione alla maggioranza in cambio di favori e posti) fino ai voti di fiducia, come se la Costituzione e le istituzioni fossero materia appartenente al governo. Partendo dalla condizione che non si può avere un pensiero critico senza conoscere le ragioni della riforma, va però fatto valere il pensiero che se qualcosa deve essere mosso lo si deve fare con criterio e non come sarcasticamente riuscì a catturare nella celebre frase Giuseppe Tomasi “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Tanta preoccupazione è data dal fatto che modificare pesi e contrappesi collaudati per innescare cambiamenti ad oggi sconosciuti, ci espone seriamente a rischi di autoritarismo. Credere che applicare ad un regime politico una serie di cambiamenti crei “Una democrazia più veloce” (come ama ripete spesso Matteo Renzi per magnificare la sua riforma costituzionale), sembra un argomento di buon senso, ma non lo è. I motivi sono (almeno) due: non risulta che la fretta sia mai stata buona alleata della politica e non è affatto vero che si producano poche leggi e in tempi biblici. La verità è che da tempo, e mai come in questa legislatura, il Parlamento s’è assunto un ruolo servile rispetto al governo, lasciandosi sottrarre l’intera funzione legislativa.

 

Le statistiche ufficiali sono contro i luoghi comuni; smentiscono che ci si trovi di fronte a un processo legislativo che impedisce decisioni veloci. Quelli della XVI legislatura (2008-2013) dicono che sono state approvate in tutto 391 leggi divise per i 1.780 giorni della sua durata. Ad oggi, cioè alla XVII legislatura, iniziata il 15 marzo del 2013, la situazione, se possibile, è ancora peggiorata quanto al rapporto di forza tra governo e Parlamento. Nei 1.240 giorni fino alle ferie di agosto 2016, il Parlamento ha approvato 241 leggi, cioè più o meno una ogni cinque giorni: di queste 196 sono di iniziativa governativa (115 disegni di legge, 68 decreti, 12 leggi di bilancio, un ddl costituzionale), vale a dire oltre l’81%. Venti di queste leggi contenevano deleghe al governo, cioè la rinuncia del Parlamento a legiferare direttamente. Il tempo di approvazione medio è stato di 168 giorni, che scendono a 43 giorni per i 68 decreti e a 52 giorni per le 12 leggi di bilancio. Nello stesso periodo le proposte di iniziativa parlamentare approvate definitivamente sono state la miseria di 43 e con un tempo medio per il via libera di 497 giorni.

Il governo Renzi non fa eccezione, anzi giganteggia: 109 le leggi di sua iniziativa già approvate, con 43 decreti e 13 deleghe di enorme impatto (dal Jobs Act alla riforma Madia, da quella della Rai alla Buona Scuola, ecc…). Nei circa 900 giorni dal giuramento, l’esecutivo in carica ha fatto approvare al Parlamento una legge ogni 8 giorni e per ben 56 volte (l’ultima il 2 agosto) questo è avvenuto col voto di fiducia, un record difficilmente battibile, dovuto più alla volontà di silenziare difficoltà politiche nel rapporto con le Camere che alla fretta. È appena il caso di notare che questo strapotere sul Parlamento e l’effettiva profondità delle riforme approvate (precarizzazione del lavoro, flessibilità anche nella Pubblica amministrazione, tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni) non paiono aver aiutato granché a migliorare le performance del sistema Paese. C’è da chiedersi quindi se sia il percorso giusto da intraprendere, se non c’è architettura istituzionale o potenza elettorale che possano impedire a soluzioni sbagliate di rivelarsi dannose, possiamo lasciare una certezza per una incertezza che pare molto poco risolutiva ?!

Aspettando sviluppi da fonti ed agenzie di informazione autorevoli internazionalmente, come testata e redazione indipendente è nostra volontà cercare di instillare nei nostri lettori, su questo argomento, un pensiero critico atto a poter filtrare più informazioni libere possibili.

 

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