La doccia con i calzini

le Voci fuori dal comune

La sveglia suona. Le 2.20.

Mi desto da un sogno di cui non ricordo niente. Quanto ho dormito?

Ho ancora addosso i vestiti della nottata passata al bancone del bar. Sarà una lunga giornata.

La seconda sveglia suona. Mio padre si alza con i suoi 59 anni non più abituati a questo stress. Borbotta qualcosa, forse impreca. Buongiorno. Buongiorno.

Usciamo di casa, mi volto con l’intramontabile sensazione di aver dimenticato qualcosa di fondamentale. Il motore impiega una decina di minuti buoni prima di sputare aria calda dalle bocchette. Un freddo cane mi avvolge le meningi. Nonostante le poche ore dormite, il carico di lavoro che spinge l’acido lattico in tutte le giunture, non devo dormire. Ne va di mio padre. Dormendo lascerei via libera all’importuno Morfeo. Alzo il volume della radio. Una voce fastidiosa elettrizza il veicolo. Posso farcela.

Le parole sono poche e distratte. L’orologio indica le 2.40. Calcolando una…

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La doccia con i calzini

La sveglia suona. Le 2.20.

Mi desto da un sogno di cui non ricordo niente. Quanto ho dormito?

Ho ancora addosso i vestiti della nottata passata al bancone del bar. Sarà una lunga giornata.

La seconda sveglia suona. Mio padre si alza con i suoi 59 anni non più abituati a questo stress. Borbotta qualcosa, forse impreca. Buongiorno. Buongiorno.

Usciamo di casa, mi volto con l’intramontabile sensazione di aver dimenticato qualcosa di fondamentale. Il motore impiega una decina di minuti buoni prima di sputare aria calda dalle bocchette. Un freddo cane mi avvolge le meningi. Nonostante le poche ore dormite, il carico di lavoro che spinge l’acido lattico in tutte le giunture, non devo dormire. Ne va di mio padre. Dormendo lascerei via libera all’importuno Morfeo. Alzo il volume della radio. Una voce fastidiosa elettrizza il veicolo. Posso farcela.

Le parole sono poche e distratte. L’orologio indica le 2.40. Calcolando una velocità di crociera di 120 km orari,  un traffico impercettibile e nessun colpo di sonno, per le 4.15 dovremmo essere al Galileo Galilei di Pisa.

Il viaggio procede senza intoppi, se non per una pioggia esile e priva di intensità che disturba la mia concentrazione. Non devo cedere.

Una volta arrivati a destinazione la forza aumenta assumendo le sembianze di un vero e proprio temporale. Saluto mio padre e lo prego di fermarsi a prendere un caffè, mi avrebbe aiutato a non pensare al viaggio che lo attendeva. Lui testardamente rifiuta. Un abbraccio e sono solo.

In fondo era quello che volevo. La libertà. Breve e fugace, ma comunque libertà. Il non dover scendere a compromessi ed il resto del repertorio per chi viaggia in compagnia, che non starò ad elencarvi. Il volo per Parigi decolla. La Ryanair per soli 60 euro mi ha dato l’opportunità di visitare una città meravigliosa, sconvolta e traumatizzata dall’insana ideologia di menti malsane. Non temo quello che mi aspetta, immagino le emozioni che percorrono un paese violato nell’interno, percosso e pugnalato. Il viaggio è un Odissea. Vento e pioggia muovono così tanto l’aereo, da risvegliare anche la mia fede (quasi dimenticavo, Grazie per l’atterraggio soffice). Se non fossi stato circondato da centinaia di persone avrei baciato la terra una volta atterrato. I servizi di sicurezza all’aeroporto di Beauvais-Tille sono paranoici. Il pullman non si fa attendere. In meno di un’ora attracco a Parigi centro, stazione Porte Maillot. Beauvais-Tille è ormai un lontano nido. Mi perdo seduta stante. Una libidine assoluta. Vago solo e rapito tra Rue francesi. Arc de triomphe,  tour Eiffel, Louvre, cibo di strada e vicoli interessanti riempiono la mia scappata parigina. Mi intrattengo con i capitolini, razza odiabile ma educata, scopro luoghi di lucente bellezza, continuo a smarrirmi. Con le ginocchia intente a giocare a “Giacomo-Giacomo” decido che è arrivata l’ora di dirigermi verso quell’incognita dal nome Auberge de jeunesse. Catena di ostelli di accettabile qualità a prezzi moderati. La camera è un buco, il bagno in comune ha la forma di un ascensore, ma non importa, i locatori sono accoglienti e il mood mi ricorda un po’ gli interni del panfilo di “I Love radio Rock” di Richard Curtis. Entro nella stanza, apro lo zaino e lo spettacolo che si presta ai miei occhi è atroce. Una doccia di sconforto mi travolge, mi ero dimenticato le infradito.

(27- 03-2016 Parigi)

David Bacci: un giro tra le mille striature dell’artista maremmano

Albinia. Nato nel 1976, vive ad albina, dove dirige la falegnameria Bacci, retaggio della famiglia da sei generazioni. Infatuato del mondo artistico sin da piccolo, David fruisce della propria conoscenza viscerale del legno e dell’esperta manualità figlia del mestiere per creare opere di raffinata bellezza. Il mix di tasselli, intarsi e pittura immergono l’artista nel periplo siderale del simbolismo, ma allo stesso tempo l’utilizzo di materiale di riciclo come base delle sue opere e le diverse tematiche toccate evidenziano una sensibilità verso l’ambiente ed una personalità impegnata e attenta. La numerosa produzione vanta opere esposte in prestigiose gallerie, collezioni private e locali blasonati. La purezza delle forme e la semplicità apparente delle realizzazioni trasmettono – in parte – il pensiero di un artista unito intimamente alla propria terra.

David, possiamo dire che la tua è stata un’alterazione nella dinastia di maestri del legno della famiglia Bacci; quando hai cominciato a appassionanti all’arte?

In primis io mi definiscono un falegname, tra pochi giorni festeggerò i miei venti anni di attività nel mestiere e amo quel che faccio. La passione per l’arte è sempre stata insita in me, nel 1989 a tredici anni in occasione del bicentenario della rivoluzione francese a Parigi, vinsi il primo concorso, realizzando una mini ghigliottina in legno, perfettamente funzionante, a dimostrazione della forza attrattiva di questa congenita passione.”

Ricordi un momento decisivo per la tua carriera?

“Come tanti artisti inizialmente ero intrappolato in un impasse di timidezza. La svolta grazie alla quale mi sono calato nel camice bianco è arrivata dopo una conversazione con una mia attuale cliente (di cui non posso fare il nome), la quale mi spronò aprendomi gli occhi e facendomi acquisire la fiducia che mi mancava.”

Le tue opere toccano molte tematiche, dalla religione alla natura, cosa ti ispira?

La religione è una delle innumerevoli “muse” di cui mi servo, sono credente ma non praticante  per puntualizzare. Francamente considero la mia ispirazione libera, non legata a qualcosa in particolare.

So che hai molto a cuore la questione ambientale, spiegaci come ogni materiale – o quasi – impiegato per le tue opere è rispettoso nei confronti di madre natura?

Le mie opere sono composte per gran parte con legni riciclati e colori naturali. Uso esclusivamente vernice all’acqua e scarti della falegnameria, piccoli accorgimenti di cui vado fiero.”

Come definisci la tua arte?

“…… fammici pensare, meglio riparlarne alla fine.”

A volte con pochi – a prima vista – semplici oggetti, riesci a celare una visione oculata della realtà, come nel quadro “Le sei Mogli di Enrico VIII”… come ci riesci?”

“In quel quadro – come in molti altri – sfrutto le curve morbidi e le venature interne del legno, per uscire dall’oggettiva concezione primaria del monade di legno bel lavorato e lasciar libero sfogo alla mia vena creativa. Considero l’interpretazione artistica una camicia: tutti possono indossarla ma ognuno di noi lo farà in modo diverso, chi la abbottonerà fino al colletto, chi tirerà su le maniche, chi lasciandola aperta indosserà sotto una maglietta divertente… in verità sono appagato quando l’osservatore travalica la mia personale visione del quadro.”

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“Le sei mogli di Enrico VIII”

Quali sono i tuoi artisti preferiti?

“Mi colpiscono molto le opere di Flora Feliciotti e Anny Baldissera, lo stile di Daniel Spoerri, la profondità dei quadri di Ennio Calabria e ultimo ma non certo per importanza, il lavoro di Giuliano Giuggioli, amico, confidente e mentore.”

Ho saputo della tua passione per il cinema, cosa guardi?

“Adoro il cinema in tutte le sue forme, i film che più hanno segnato l’Io cinefilo sono stati: “Pretty Woman”, “Ufficiale e Gentiluomo” e “Finché c’è guerra c’è speranza” (più per il concetto che esprime che per il film). Per quanto riguarda le serie Tv sono un grande fan del “Il Conte di Montecristo”, che assieme alle macchine sportive costituisce la mia debolezza latente.”

Prima di salutarci sei pronto a rispondere alla domanda schivata prima?

“Allora la risposta alla domanda e’ ….. POPULAR ART, ispirata alla pop art di Andy Warhol.”

Dedica speciale dell’artista

“Ringrazio la mia famiglia e chi mi sta vicino perché a volte mi rendo conto che sono veramente insopportabile ….. artisticamente parlando!”

Biografia e premi

L’arte dell’ebanista David Bacci (classe ’76) non può essere collocata sotto una sola corrente artistica .Il tratto minimale, le sue variazioni cromatiche essenziali, il sapiente utilizzo di materiale di riciclo come base delle sue opere tridimensionali, i soggetti spesso attuali, misti all’amore per la sua terra d’origine (la maremma) e l’abilità del proprio mestiere, rendono David un artista a tutto tondo .Fin dall’adolescenza dimostra in più occasioni la sua vena creativa, iniziando ad utilizzare il legno come canale comunicativo dei propri pensieri in forma artistica .Nel 1989, in occasione del bicentenario della rivoluzione francese, all’età di 13 anni, vince il suo primo concorso, con permanenza di una settimana a Parigi, realizzando una mini ghigliottina in legno, perfettamente funzionante .Tra le sue esposizioni personali, si ricordano quella a Forte Stella a Porto Ercole; a Palazzo Collacchioni a Capalbio; a Palazzo Chigi Zondadari Barabino a San Quirico d’Orcia; e quella di Porto Santo Stefano, alla Fortezza Spagnola, oltre naturalmente a diverse collettive in Italia, a Roma, Milano, Siena, Firenze, Pisa ed in Europa: Parigi, Lugano e Belgrado .David ha anche la non comune abitudine, di unire l’arte alla cultura enogastronomica maremmana, infatti ha delle mostre permanenti in alcuni locali molto “in” della Toscana, ad esempio il ristorante Nobili Santi all’Argentario Polo Club, al ristorante Da Maria a Capalbio, all’Osteria La Poventa ed all’Enoteca da Checco a Magliano in Toscana oltre a quelle ispirate al mare, al Tuscany Bay in Giannella (Locale del cantante Pino Daniele), ed alla Locanda dei MIlle a Talamone. La “personale” nel Luglio 2015 alla Polveriera Guzman, con oltre 45 opere, tra quadri, sculture ed istallazioni, dove si conferma il legame dell’arte di David con il suo territorio natio.Molti i premi e gli attestati ricevuti in carriera, tra gli ultimi presi: “Foglia d’Argento” nel Novembre 2014 e nel 2016, presso la Galleria Pilzergentrum a Castel Sant’Angelo, “Diploma d’Autore” nel Maggio 2015 e 2016, ritirati personalmente dall’artista in Campidoglio a Roma, “Arte d’Autunno” nell’Ottobre 2015 con premiazione presso la discoteca Gilda sempre nella Capitale .Il 2016, si e’ aperto con la partecipazione alla Biennale Internazionale di Arte a Roma in programma dal 16 al 24 Gennaio presso le Sale del Bramante a Piazza del Popolo, dove David ha presentato la scultura “Cielo”, di seguito ha partecipazione ad una importante collettiva a Salerno ad Aprile.Al Premio Primavera a Maggio sempre con una collettiva di artisti internazionali ancora a Roma in un centro di cultura religioso tedesco, ed a Luglio/Agosto/settembre con una personale alla Fattoria la Parrina, della Marchesa Franca Spinola, in occasione della presentazione degli ultimi libri della scrittrice Dacia Maraini , dello scrittore Antonio Manzini , di Pierluigi Battista (scrittore e giornalista), di Massimo Nava, anch’esso giornalista e scrittore, di Mauro Canali, ed infine della scrittrice Benedetta Craveri, una collettiva a Venezia presso la chiesa di San Leonardo ed una visita all’Harry’s Bar Cipriani per uno scambio culturale, ad Ottobre 2016 e’ in mostra a Milano alla Biblioteca Umanistica ed a Novembre sarà a Trieste per un’altra collettiva . Partecipa ad un concorso di arte tenutosi dal 20 al 27 gennaio 2017 alla Sala Mostre del Complesso Monumentale dei Dioscuri del QUIRINALE a Roma con  l’opera “BLACK CARDINAL”

Alcune opere

16252381_10208656359583514_3231786554883729860_o.jpgBlack Cardinal”

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“Genitori e Figli”


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“Venere Nuda”

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“Direzioni Distinte”

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“Aurora”

Quando il Garabombo cantò del Molotow

Quattro mesi fa mi trovavo ad Amburgo per assistere al Reeperbahn festival e tra la miriade di locali sfavillanti del miglio peccaminoso, rimasi folgorato da un due piani di nome Molotow. Lo stile londinese che trasudava dalle pareti mi riportò indietro agli anni sessanta, quando proprio sul quel suolo i Quattro di Liverpool muovevano i primi passi. Le luci soffuse ed il pavimento appiccicoso punzecchiavano la mia rupofobia più celata; la spumosa Astra sgretolava anche l’ultima particella di disdain cavillante. Non posso negare che divenne rapidamente il mio locale preferito, passai gran parte del mio tempo a ingurgitare birra ed ascoltare musica tra quelle mura caramellate. Vi domanderete cosa cazzo possa collegare un locale dove Frank Gallagher avrebbe potuto preparare le tartine per l’aperitivo, con uno stendardo di qualità come il Garabombo. Semplicemente vi rispondo la Musica.

Venerdì sul “palcoscenico” della Barca si esibiranno i Siberia. Quarto appuntamento dopo gli Etruschi From Lakota, i Luoghi Comuni ed i Finister; ai labronici l’onere di costruire la scalinata per salire al piano superiore. Inclusi tra i dodici finalisti di Sanremo Young 2015, la band di Livorno è fra le realtà più significative del panorama italiano. Lo stile new wawe si fonde alla perfezione con la voce melanconica e saggia di Eugenio Sournia (voce e chitarra), i testi sono specchi da i quali riflette l’immagine autentica di una personalità profonda ma al contempo frizzante. I ragazzi si esibiranno questo venerdì in Duo acustico, l’evento avrà inizio alle 22 (senza contare il quarto d’ora accademico degli artisti) nello storico locale Garabombo. In contemporanea saranno esposti i quadri del nostrano artista emergente Tommaso Valente.

Onestamente ripensando allo scenario da film dell’orrore transilvanico del Molotow ed a quello da mille e una notte del Garabombo, trovo difficile l’accostamento dei due locali, ma è alquanto esemplare – metaforicamente  parlando – come due band così distanti abbiano lo stesso cantante in comune. Di fatto la struttura della line-up del Gara, disegna chiaramente la voglia di aria nuova (o meglio, di voci nuove), come allo stesso modo le tendenze del Molotow si potrebbero definire rivoluzionare. In altri termini, nonostante i 2000 chilometri di distanza entrambi i locali adottando una politica young riportano in auge il sound di nicchia. Al cantante in comune adesso spetta solo il compito epifanico di riprendere i testi ed imbracciata di nuova la vecchia chitarra, chiudere per un momento il laptop, lasciando squillare un riff fresco ed energico, al quale dovremmo presto abituarci. La gioventù ringrazia.

Gli altri appuntamenti del Garabombo wine bar:

13/01 Siberia (LI)

20/01 Woody Gipsy Band (MI)

27/01 Redtree Groove (FI)

03/02 Monolougue (GR)

10/02 Violacida (LU)

03/03 Brace+Francesco Draicchio (Lo Stato Sociale)

10/03 La Maison (LI)

31/03 Cosmic Bloom (PARIGI)

07/04 Marigold (RM)

STAY BOMB!

Pubblica Amministrazione: uno sguardo kafkiano sulla precarietà italiana

“Nell’entrare per poco non cadde, perché dietro la porta c’era ancora un gradino. «Non hanno molti riguardi per il pubblico», disse. «Di riguardi non ne hanno proprio», disse l’usciere, «dia un po’ un’occhiata qui alla sala d’aspetto». Era un lungo corridoio, con delle porte di rozza fattura da cui si accedeva alle singole sezioni del solaio. Sebbene non ci fosse nessuna fonte diretta di luce, l’oscurità non era completa, perché alcune sezioni, invece che tramezzi di legno compatto, avevano sul corridoio semplici grate di legno, che arrivavano però fino al soffitto, attraverso le quali filtrava un po’ di luce e si vedeva anche qualche impiegato seduto a scrivere, o addirittura in piedi accanto alla grata a osservare attraverso le fessure la gente nel corridoio. Davano un’impressione di squallore. A intervalli quasi regolari, sedevano sulle due file di lunghe panche di legno sistemate ai lati del corridoio. Erano tutti vestiti in modo trasandato, quantunque, a giudicare dall’espressione del viso, dall’atteggiamento, dal taglio della barba e da molti piccoli particolari difficili da definire, quasi tutti appartenessero alle classi alte. Poiché non c’erano attaccapanni, avevano messo i cappelli sotto la panca, prendendo esempio probabilmente gli uni dagli altri. Quando quelli che sedevano più vicino alla porta scorsero K. e l’usciere, si alzarono per salutare, gli altri ritennero di dover salutare anche loro, e così al passaggio dei due si alzarono tutti. Non stavano mai ben dritti, la schiena era curva, le ginocchia piegate, sembravano mendicanti…”

Alla domanda del mio professore“lei come vede la Pubblica Amministrazione?” una strana trasmissione sinaptica ha riportato alla luce nell’anticamera del mio cervello uno scorcio molto particolare tratto dal testo “Il Processo” di Franz Kafka. Questa folcloristica attribuzione deriva da un’analisi più strutturale che istituzionale della Pubblica Amministrazione (e di chi la vive). L’atavica macchina statale evidenzia sempre più numerosi acciacchi, arrancando nell’adempiere le proprie funzioni dimostra inoltre la difficoltà funzionale del decentramento incompiuto. Espressione del potere governativo, la PA italiana conferma che il riformismo incompleto dei nostri esecutivi ha reso questo strumento farraginoso e vulnerabile, in quanto stabilmente accostata con l’epiteto “spreco” forma un binomio emblematico del Bel Paese. In conclusione penso che la visione di una macchina statale amministrativo/burocratica ingolfata e soffocante sia oramai interiorizzata e -sfortunatamente – integrata nella cultura politica nostrana, ciò a reso regolare e costante l’aumento della sfiducia verso gli enti pubblici, uno sviluppo dell’economia sommersa in aggiunta ad un sistema produttivo ansimante e dulcis in fundo è importante sottolineare come il centralismo restaurato abbia ulteriormente segmentato la nazione, marcandone gli aspetti deboli dell’applicabilità amministrativa a livello locale ed incrementando le disparità regionali.

El hombre de America

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Il 17 Dicembre 1830 in quel di Santa Marta, espirava l’estremo anelito il più grande Rivoluzionario dell’America Latina. Avrete notato che una delle similitudini che contraddistingue i più grandi della storia è la lungimiranza delle loro analisi, semplici o complesse che siano.

Quindi voglio ricordare Simón Bolívar come l’amico molto intelligente, che dopo venti minuti di silenzio seduti al tavolino del bar all’angolo, con poche semplici parole illumina:

“È più difficile mantenere l’equilibrio della libertà che sopportare il peso della tirannia.”

Simón José Antonio de la Santísima Trinidad Bolívar y Palacios de Aguirre, Ponte-Andrade y Blanco
24 luglio 1783 Caracas Venezuela 
17 dicembre 1830 Santa Marta Colombia 

 

THE ROLLING STONES Blue & Lonesome

THE ROLLING STONES                                                                                                                       Blue & Lonesome                                                                                                                                          (Polydor Records)

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È uscito il nuovo disco dei Rolling Stones, ed è una bomba di stile. Blue & Lonesome è l’inciso che riporta sul mercato mondiale quei pazzi sporchi, brutti e cattivi, rimasti sterili come una cellula sopita per ben 11 anni.

Un ritorno alle origini, le loro e quelle della Black music. Blue & Lonesome è stato prodotto da Don Was e The Glimmer Twins, registrato in tre giorni nei British Grove Studios, ascoltato per una vita. Il disco è un omaggio ai grandi del blues – ergo, un omaggio alla band stessa – da Little Walter a Eddie Taylor, fino ad arrivare a Howlin’ Wolf. La verità è che gli Stones – citando Nino Ferrer  – vorrebbero la pelle nera. Nati come blues band, a cinquantadue anni dall’uscita del loro primo LP Mick e compagnia bella dimostrano di saperci ancora fare. Un film del passato, vedi il cammeo del dottor Eric Clapton, anello di congiunzione catartico tra quel suono ispido e arrabbiato del caldo sud ed un educato ma vibrante ritmo della città. Dodici perle ed una sola ostrica. Little Walter è indubbiamente la voce narrante dell’avventura nell’universo afro dei Rolling Stones. Just your fool – track iniziale – Blue And Lonesome e Hate To See You Go (in particolare) esaltano l’harmonic beat di Jagger, e confermano l’assoluta naturalezza degli Stones nel maneggiare il genere musicale. Come un callo svilito da una pietra pomice, gli Stones sono riusciti a rimuovere la coriacea corazza con cui il Blues si è sempre difeso da quegli “estranei” che non possono capire certa musica.

Il ruggito di Jagger in All of Your Love rievoca i tempi in cui Jack Bruce scriveva la storia di Train Time, la complicità con cui Wood, Richards e Watts combinano è segno della sincera passione con cui è stato creato il disco e dulcis in fundo il marchio inconfondibile di Clapton in Everybody Knows About My Good Thing rendono il tutto un inno al malinconico sound nato intorno al 1900 nel delta del Mississippi. Il Blues è da sempre un modo di essere, un profumo grezzo e pungente spruzzato negli occhi. Frutto della emarginazione sociale il canto della povertà viene cullato dall’eterna passione degli Stones: quella di sorprendere. Nell’era di Spotify, i vecchi pirati non resistono al fascino delle antiche note sinuose, colme di rancore; non esitano a impugnare la protesta e farla loro. Il disco è un martello scagliato contro le barriere. Cancellato quell’atavico dolore intrinseco gli Stones – in particolare in Commit a Crime di Howlin Wolf – ricostruiscono a modo loro le frequenze diatoniche, urlando così a gran voce “Siamo tornati!”.

La fame con cui gli strumenti rubano la scena per sprigionare tutta la loro prestanza e la troppa tequila ingurgitata da Jagger che gli ha reso la voce come carta vetrata, rendono il disco epico e confermano la sfacciata voglia di non tramontare mai di questi diavoli dalle forme umane.

Questa la tracklist completa:

1. Just Your Fool (Original written and recorded in 1960 by Little Walter)

2.  Commit A Crime (Original written and recorded in 1966 by Howlin’ Wolf – Chester Burnett)

3. Blue And Lonesome (Original written and recorded in 1959 by Little Walter)

4. All Of Your Love (Original written and recorded in 1967 by Magic Sam – Samuel Maghett)

5. I Gotta Go (Original written and recorded in 1955 by Little Walter)

6. Everybody Knows About My Good Thing (Original recorded in 1971 by Little Johnny Taylor, composed by Miles Grayson & Lermon Horton)

7. Ride ‘Em On Down (Original written and recorded in 1955 by Eddie Taylor)

8. Hate To See You Go (Original written and recorded in 1955 by Little Walter)

9. Hoo Doo Blues (Original recorded in 1958 by Lightnin’ Slim, composed by Otis Hicks & Jerry West)

10. Little Rain (Original recorded in 1957 by Jimmy Reed, composed by Ewart.G.Abner Jr. and Jimmy Reed)

11. Just Like I Treat You (Original written by Willie Dixon and recorded by Howlin’ Wolf in December 1961)

12. I Can’t Quit You Baby (Original written by Willie Dixon and recorded by Otis Rush in 1956)

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America: il voto shock ribalta tutti i pronostici

Paolo Mabia                 

Nicola Perti

Washington. “Come sapete ereditiamo una riduzione del budget dal presidente Trump. Di che entità segretario Van Houten?”  “…… siamo al verde!”. Questo scambio di battute non significherà niente per molti di voi, ma per i simpsonofili incalliti è la conferma che la creatura di Matt Groening aveva – già nel 2000 – previsto il risultato a sorpresa delle elezioni di ieri. Il video, ormai virale, vede Lisa nei panni del Presidente degli Stati Uniti appena insediatosi, alla prese con i debiti lasciati dalla presidenza precedente, quella di Trump. Sia chiaro, è decisamente presto per valutare – sempre se ci saranno – i risultati negativi della condotta del tycoon newyorkese, ma possiamo limitarci a delineare quello che sembra a tutti gli effetti, l’inizio di una nuova era.

Donald J. Trump è il nuovo inquilino della Casa Bianca. Dopo Barrack Obama l’America ha deciso, sarà il magnate a pilotare le sorti della più influente superpotenza mondiale. Battuta la sfidante Hillary Clinton che – a denti stretti – si congratula con il vincitore dicendo che bisogna  «dare a Trump la possibilità di guidare il paese». Trump vince in quasi tutti gli swing state, tra cui Florida, Ohio, Virginia, Iowa e Nevada concludendo con 279 Grandi elettori su un totale di 538 e con 59.370.534 voti ( 229 788 in meno della Clinton). Il Partito Repubblicano ottiene inoltre la maggioranza sia al Senato con 52 seggi, sia alla House of Representative con 239 seggi. Il 45esimo presidente degli Stani Uniti ha commentato la vittoria con un discorso dallo stile bizantino in confronto a quelli a cui ci aveva abituati, dicendo: «Per repubblicani e democratici è arrivato il tempo dell’unione. Dobbiamo collaborare, lavorare insieme e riunire la nostra grande nazione. Ho appena ricevuto le congratulazioni di Hillary Clinton e io mi congratulo con lei. La nostra non è stata una campagna elettorale, ma un grande movimento». Il Trump amatore dell’odio e incurante delle regole sembra aver riposto l’ascia di guerra e aver dimenticato gli sgambetti della campagna elettorale più animata degli ultimi vent’anni.

“Sarò il presidente di tutti”. Promessa che può destare perplessità se pronunciata da l’uomo che ha fatto del suo cavallo di battaglia elettorale il progetto per la costruzione di un muro lungo il confine con il Messico. Ma ripercorriamo prima l’escalation della lunga notte degli Stati Uniti: alle 18 ( mezzanotte italiana) si sono chiusi i primi seggi sulla costa Est, Kentucky e Indiana subito seguiti dal West Virginia si colorano di rosso senza sorprendere. Hillary  Clinton vince in Vermont, Delaware, Illinois, Maryland, Massachusetts, Rhode Island, New Mexico, District of Columbia, New Jersey ed infine lo Stato di New York. La candidata democratica conosce bene cosa si prova ad indossare la corona di cartone, ma conosce ancor meglio l’importanza dei polmoni per un organismo vivente. Florinda ed Ohio – considerata la poltrona della stanza ovale – sono conquistate da Trump, che si aggiudica poi il Montana, l’Idaho, l’Utah e il Missouri. Perciò dal momento in cui i due polmoni si riempiono di liquido rosso, l’organismo sopperisce assieme alle speranze dell’asinello democratico, consegnando le chiavi della White House al candidato platinato. Il tycoon compie un passo da gigante, i pochi stati restanti non scioglieranno il ghiaccio delle boule che nella ballroom dell’Hilton Midtown traboccano di Champagne. I conti sono chiusi, 228 Clinton 290 Trump. La più mordace corsa alla casa bianca si chiude con il risultato più inaspettato, i due candidati – fra i più impopolari della storia – rimarranno nei libri di testo. Attori goldoniani intrisi di una rara tradizione espressiva – per non parlare di quella imitativa – che non potevano chiudere il sipario senza un’epica uscita di scena, o meglio un’entrata in scena: il neo – presidente nelle vesti di un pastore atavico e saggio, saluta il suo gregge sulle note titaniche di Air Force One (http://www.deejay.it/news/trump-eroico-come-harrison-ford-entrata-da-presidente-sulle-note-di-air-force-one/501572/).

Risveglio Internazionale. I primi mal di pancia  vengono dal presidente del Parlamento Ue Martin Schulz che ha affermato: “la relazione transatlantica diventerà difficile”. Più pacati i toni italiani e tedeschi, smielati quelli Russi: il presidente Putin infatuato del suo pupillo assicura che «i rapporti russo-americani possano uscire dalla crisi». Mentre la voce dei mercati è discostante da quella politica: un picco globale coinvolge le borse – Madrid perde 0,4%, Milano -0,1% – spiazzate dall’imprevedibilità e dall’immaturità istituzionale del candidato repubblicano. L’effetto Trump però è presto assorbito, dopo una mattinata in discesa i responsi notturni vedono Francoforte e Parigi in stato positivo, Wall Street accelera, Milano resta debole.

Il caso. I dati forniti nelle scorse ore dal The New York Times per quanto concerne la stratificazione sociale dell’elettorato Repubblicano, incuriosiscono i politologi, i sociologi e i  propugnatori della Democrazia. Il mondo delle star – da Madonna a Bon jovi, passando per Bruce Springsteen – ingoia un boccone amaro, a nulla sono serviti i loro appelli contro colui che i bookmakers davano per spacciato – guarda autocritica New york times – senza euristicamente pesare la presenza di una grossa fetta della popolazione a stelle e strisce curiosamente stregata da Trump. Chiamatela middle class o se preferite working class – nel peggiore dei modi white trash. Come una mongolfiera non potrebbe librarsi senza l’ausilio dei bruciatori (e di TANTA aria), cosi Donald Trump ha fagocitato gli scarti dell’avversaria democratica acquisendo quota e consensi nelle contee di matrice rurale e tra i bianchi privi di laurea o titolo di studio superiore. Ad attirare l’attenzione di queste classe è la ritrovata capacità comunicativa donaldiana di stampo xenofobo, razzista e marcatamente misogina. Il messaggio è arrivato forte e chiaro, ridare l’America agli americani, ma a quelli bianchi. La proiezione di una trasformazione economica vantaggiosa per gli imprenditori ha aggiunto tra i simpatizzanti repubblicani gli yuppie dei piani alti. Il fascino del politico-non politico, di colui che dopo aver scalato la piramide sociale tenta l’arrampicata politica, il bell’uomo dal capello che ricorda quello di Cirino Pomicino della Dc e di un giovane Berlusconi aftersex, fungono da magnete per quegli esemplari isolazionisti, arrabbiati e dal grilletto facile. In definitiva la realtà vede da una parte un miliardario forte dell’ondata populista scatenata dai cambiamenti socio/politici della scacchiera mondiale, e dall’altra una candidata astenica, stremata da una logorante campagna elettorale, sfibrata dai continui attacchi investigativi e – non provate a scuotere la testa – purtroppo sfornita di un fallo. Un fiore rosso è sbocciato nel Paese della libertà, i Repubblicani sono al potere, Trump è al potere, immorale e sfacciato rischia di calpestare traguardi di aulica origine, disinformato e avventato osa nell’indossare il mantello regale troppe volte suturato e visibilmente logoro. Spero vivamente che il fiore in questione non si un Heliamphora

Quando mamma Rai fa bene

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Nicola Perti

Paolo Mabia

Il lunedì sera è come il primo dell’anno: hai i postumi, è il principio di qualcosa e sopratutto non c’è niente da vedere alla televisione. Encomi di ispirata malvagità sono stati scritti sul primo della settimana, la domenica che sfugge come fumo da un turibolo, il martedì che è solo il martedì, e lo zapping convulso della sera al quale preferiresti una videocassetta sulla vita sessuale degli amish commentata da Alessandro Cecchi Paone. La solita minestra riscaldata, ma di vitale importanza per il semplice motivo che come si suol dire “chi ben comincia è a metà dell’opera”. Consideriamo quindi il lunedì come una vile chimera artigliata ai fievoli ricordi di un fine settimana così vicino ma anche così lontano.

Da cinque anni a questa parte però – inaspettatamente – la tanto amata quanto odiata mamma Rai sta sperimentando un format a dir poco medicamentoso. Ergo dalle mie stesse parole che per essere alla quinta edizione non si parli più di sperimentazione ma di un pilastro di Viale Mazzini. Sto parlando di “Pechino express” che per tutti gli amanti dell’intrattenimento itinerante, colorato e politicamente corretto, è uno sbadiglio per l’acufene. Riadattato dall’originale reality belga-olandese, il programma nostrano va in onda tutti i lunedì sera alle 21:10 su Rai 2. Preceduto nei dati Auditel solamente da Report e dal qualunquismo ammaliante di elementi del calibro di Stefano Bettarini, Pechino express copre con un velo di cultura una televisione ormai glabra di contenuti (guarda Bettarini). La puntata di lunedì scorso, per esempio, vedeva le coppie – breve parentesi per chi non avesse mai visto il programma, l’obbiettivo dei concorrenti è quello di percorrere un tragitto di molti chilometri in paesi di raffinata bellezza, muovendosi in coppia i partecipanti, famosi o per lo più poco conosciuti, dovranno affrontare sfide fisiche e superare fisime mentali – in azione nel Guatemala, a Chichicastenango. Oltre alle esilaranti sfide commentate da Costantino Della Gherardesca, dotato di ubiquità e investito di una forza coinvolgete alla pari di un Dan Peterson ai tempi dello Spot Lipton ice tea, il pubblico da casa ha potuto muoversi tra i meandri di uno dei mercati più grandi al mondo, restando comodamente seduto sul suo canapè è entrato in contatto con forme di civiltà estranee all’ikealizzazione dei gusti occidentali. Ambienti da novella misticheggiante si intrecciano armoniosamente – in questa edizione – con i serafici aforismi di lady The lady, la divina Lory del Santo, accompagnata dal suo arguto toy boy, riesce a rendere ogni minima azione intrisa di un significato speciale, unico, estraneo ai comuni mortali. Insomma, Lory ama questa esperienza come un bambino ama il suo ciuccio, e la sua continua ricerca della bontà nelle persone trova risposte concettualmente inconcepibili per il <<Mario Rossi>> europoide, che dulcis in fundo spingono amenamente a riflettere sul quel mondo tanto distante. Non dimentichiamoci inoltre che ad ogni sfida finale la coppia vincitrice devolve il premio – di solito 5000 euro – ad un organizzazione umanitaria operante in quel territorio (punto a favore nella colonna dell’impegno umanitario)

Non voglio divagare da quello che è il punto focale della mia apologia Gerardeschiana, ma la qualità e le caratteristiche dei concorrenti sono una costola fondamentale della struttura di Pechino e grazie alle loro interazioni le usanze tradizionali dei popoli sono più visibili – pesando sempre la presenza delle telecamere e la teatralità che scatenano. L’aspetto che vorrei evidenziare però è un altro. Di programmi e documentari educativi ne abbiamo avuti e continueremo ad averli a bizzeffe, ma pochi di essi – se non nessuno – riescono a combinare l’enfasi ammaliante di posti che molti di noi non avranno altro modo di vedere, con l’azione dell’entertainment moderno.

Spiegandomi meglio, la mia sorpresa nel vedere la spada del rivoluzionario Simón Bolívar, nel sentir leggere righe di Cent’anni di solitudine si alleggerisce quando una Tina Cipollari di turno pronuncia un English volgarmente superabile solo dal maccheronico di uno Zucchero sbronzo marcio, e così da mero programma educativo si trasforma in un avvincente salotto mondiale, adatto per tutta la famiglia e al quale tutta la famiglia non dovrebbe fare a meno. Pechino express si presta – con voto unanime del pubblico nazionale – ad essere un ottima tisana contro il mal di pancia del monday night.

La gioventù ringrazia per le lezioni di Pechino, tenute dall’anomalo docente di ruolo – Costantino – che a differenza di molti altri suoi colleghi non mostra (fortunatamente) le grazie per farsi ascoltare.

Quanto vale una Democrazia

RomaSe ad una lettura del titolo alcuni di voi si sono chiesti se fosse solo una pura provocazione o seriamente  hanno cercato di dare una risposta sensata e costruttiva, domandandosi se attribuire un valore morale, una dote o una specifica capacità; dovranno accettare come risposta…Cinquecento milioni, non di buone ragioni, bensì di euro. Ebbene sì, nonostante altri autorevoli colleghi ne abbiano e ne stiano già parlando, ci è sembrato giusto adempiere ad un doveroso diritto civile, ossia, scrivere a nome della nostra redazione un articolo sulla imminente riforma costituzionale del 4 dicembre 2016. Ciò che fa più riflettere è che una delle domande che di più ha tenuto impegnate le persone nella storia, in Italia, ha trovato risposta. Chiedersi perché avere una visione critica in questa fase importante della repubblica italiana è d’obbligo; ma dobbiamo immaginarci la democrazia come un orologio, composto da tanti singoli elementi che messi insieme danno un’esattezza; quando questo bilanciamento di libra viene a mancare il funzionamento cambia.

Nel libro XI de Lo spirito delle leggi (L’esprit des lois) edito nel 1748, Montesquieu traccia la teoria della separazione dei poteri. Partendo dalla considerazione che il “potere assoluto corrompe assolutamente”, l’autore analizza i tre generi di poteri che vi sono in ogni Stato: il potere legislativo (fare le leggi), il potere esecutivo (farle eseguire) e il potere giudiziario (giudicarne i trasgressori). Condizione oggettiva per l’esercizio della libertà del cittadino, è che questi tre poteri restino nettamente separati.

In Italia, ci ritroviamo con una legge elettorale e un Parlamento in parte incostituzionali (la Corte Costituzionale ha dichiarato che con l’elezione del 2013 si è “rotto il rapporto di rappresentanza”), con un presidente del consiglio non eletto da regolari elezioni ed una riforma costituzionale sulla quale i più autorevoli costituzionalisti sono scettici o contrari.

Per giunta è stato intrapreso un percorso attraverso il quale una serie di importanti ed incisive riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di quello che, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, ossia il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione del Parlamento con ogni genere di pressione (minacce di scioglimento, di epurazione, sostituzione dei dissenzienti, bollati come dissidenti),di forzature (strozzamento delle discussioni parlamentari, caducazione di emendamenti), di trasformismo parlamentare (passaggi dall’opposizione alla maggioranza in cambio di favori e posti) fino ai voti di fiducia, come se la Costituzione e le istituzioni fossero materia appartenente al governo. Partendo dalla condizione che non si può avere un pensiero critico senza conoscere le ragioni della riforma, va però fatto valere il pensiero che se qualcosa deve essere mosso lo si deve fare con criterio e non come sarcasticamente riuscì a catturare nella celebre frase Giuseppe Tomasi “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Tanta preoccupazione è data dal fatto che modificare pesi e contrappesi collaudati per innescare cambiamenti ad oggi sconosciuti, ci espone seriamente a rischi di autoritarismo. Credere che applicare ad un regime politico una serie di cambiamenti crei “Una democrazia più veloce” (come ama ripete spesso Matteo Renzi per magnificare la sua riforma costituzionale), sembra un argomento di buon senso, ma non lo è. I motivi sono (almeno) due: non risulta che la fretta sia mai stata buona alleata della politica e non è affatto vero che si producano poche leggi e in tempi biblici. La verità è che da tempo, e mai come in questa legislatura, il Parlamento s’è assunto un ruolo servile rispetto al governo, lasciandosi sottrarre l’intera funzione legislativa.

 

Le statistiche ufficiali sono contro i luoghi comuni; smentiscono che ci si trovi di fronte a un processo legislativo che impedisce decisioni veloci. Quelli della XVI legislatura (2008-2013) dicono che sono state approvate in tutto 391 leggi divise per i 1.780 giorni della sua durata. Ad oggi, cioè alla XVII legislatura, iniziata il 15 marzo del 2013, la situazione, se possibile, è ancora peggiorata quanto al rapporto di forza tra governo e Parlamento. Nei 1.240 giorni fino alle ferie di agosto 2016, il Parlamento ha approvato 241 leggi, cioè più o meno una ogni cinque giorni: di queste 196 sono di iniziativa governativa (115 disegni di legge, 68 decreti, 12 leggi di bilancio, un ddl costituzionale), vale a dire oltre l’81%. Venti di queste leggi contenevano deleghe al governo, cioè la rinuncia del Parlamento a legiferare direttamente. Il tempo di approvazione medio è stato di 168 giorni, che scendono a 43 giorni per i 68 decreti e a 52 giorni per le 12 leggi di bilancio. Nello stesso periodo le proposte di iniziativa parlamentare approvate definitivamente sono state la miseria di 43 e con un tempo medio per il via libera di 497 giorni.

Il governo Renzi non fa eccezione, anzi giganteggia: 109 le leggi di sua iniziativa già approvate, con 43 decreti e 13 deleghe di enorme impatto (dal Jobs Act alla riforma Madia, da quella della Rai alla Buona Scuola, ecc…). Nei circa 900 giorni dal giuramento, l’esecutivo in carica ha fatto approvare al Parlamento una legge ogni 8 giorni e per ben 56 volte (l’ultima il 2 agosto) questo è avvenuto col voto di fiducia, un record difficilmente battibile, dovuto più alla volontà di silenziare difficoltà politiche nel rapporto con le Camere che alla fretta. È appena il caso di notare che questo strapotere sul Parlamento e l’effettiva profondità delle riforme approvate (precarizzazione del lavoro, flessibilità anche nella Pubblica amministrazione, tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni) non paiono aver aiutato granché a migliorare le performance del sistema Paese. C’è da chiedersi quindi se sia il percorso giusto da intraprendere, se non c’è architettura istituzionale o potenza elettorale che possano impedire a soluzioni sbagliate di rivelarsi dannose, possiamo lasciare una certezza per una incertezza che pare molto poco risolutiva ?!

Aspettando sviluppi da fonti ed agenzie di informazione autorevoli internazionalmente, come testata e redazione indipendente è nostra volontà cercare di instillare nei nostri lettori, su questo argomento, un pensiero critico atto a poter filtrare più informazioni libere possibili.