La doccia con i calzini

le Voci fuori dal comune

La sveglia suona. Le 2.20.

Mi desto da un sogno di cui non ricordo niente. Quanto ho dormito?

Ho ancora addosso i vestiti della nottata passata al bancone del bar. Sarà una lunga giornata.

La seconda sveglia suona. Mio padre si alza con i suoi 59 anni non più abituati a questo stress. Borbotta qualcosa, forse impreca. Buongiorno. Buongiorno.

Usciamo di casa, mi volto con l’intramontabile sensazione di aver dimenticato qualcosa di fondamentale. Il motore impiega una decina di minuti buoni prima di sputare aria calda dalle bocchette. Un freddo cane mi avvolge le meningi. Nonostante le poche ore dormite, il carico di lavoro che spinge l’acido lattico in tutte le giunture, non devo dormire. Ne va di mio padre. Dormendo lascerei via libera all’importuno Morfeo. Alzo il volume della radio. Una voce fastidiosa elettrizza il veicolo. Posso farcela.

Le parole sono poche e distratte. L’orologio indica le 2.40. Calcolando una…

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La doccia con i calzini

La sveglia suona. Le 2.20.

Mi desto da un sogno di cui non ricordo niente. Quanto ho dormito?

Ho ancora addosso i vestiti della nottata passata al bancone del bar. Sarà una lunga giornata.

La seconda sveglia suona. Mio padre si alza con i suoi 59 anni non più abituati a questo stress. Borbotta qualcosa, forse impreca. Buongiorno. Buongiorno.

Usciamo di casa, mi volto con l’intramontabile sensazione di aver dimenticato qualcosa di fondamentale. Il motore impiega una decina di minuti buoni prima di sputare aria calda dalle bocchette. Un freddo cane mi avvolge le meningi. Nonostante le poche ore dormite, il carico di lavoro che spinge l’acido lattico in tutte le giunture, non devo dormire. Ne va di mio padre. Dormendo lascerei via libera all’importuno Morfeo. Alzo il volume della radio. Una voce fastidiosa elettrizza il veicolo. Posso farcela.

Le parole sono poche e distratte. L’orologio indica le 2.40. Calcolando una velocità di crociera di 120 km orari,  un traffico impercettibile e nessun colpo di sonno, per le 4.15 dovremmo essere al Galileo Galilei di Pisa.

Il viaggio procede senza intoppi, se non per una pioggia esile e priva di intensità che disturba la mia concentrazione. Non devo cedere.

Una volta arrivati a destinazione la forza aumenta assumendo le sembianze di un vero e proprio temporale. Saluto mio padre e lo prego di fermarsi a prendere un caffè, mi avrebbe aiutato a non pensare al viaggio che lo attendeva. Lui testardamente rifiuta. Un abbraccio e sono solo.

In fondo era quello che volevo. La libertà. Breve e fugace, ma comunque libertà. Il non dover scendere a compromessi ed il resto del repertorio per chi viaggia in compagnia, che non starò ad elencarvi. Il volo per Parigi decolla. La Ryanair per soli 60 euro mi ha dato l’opportunità di visitare una città meravigliosa, sconvolta e traumatizzata dall’insana ideologia di menti malsane. Non temo quello che mi aspetta, immagino le emozioni che percorrono un paese violato nell’interno, percosso e pugnalato. Il viaggio è un Odissea. Vento e pioggia muovono così tanto l’aereo, da risvegliare anche la mia fede (quasi dimenticavo, Grazie per l’atterraggio soffice). Se non fossi stato circondato da centinaia di persone avrei baciato la terra una volta atterrato. I servizi di sicurezza all’aeroporto di Beauvais-Tille sono paranoici. Il pullman non si fa attendere. In meno di un’ora attracco a Parigi centro, stazione Porte Maillot. Beauvais-Tille è ormai un lontano nido. Mi perdo seduta stante. Una libidine assoluta. Vago solo e rapito tra Rue francesi. Arc de triomphe,  tour Eiffel, Louvre, cibo di strada e vicoli interessanti riempiono la mia scappata parigina. Mi intrattengo con i capitolini, razza odiabile ma educata, scopro luoghi di lucente bellezza, continuo a smarrirmi. Con le ginocchia intente a giocare a “Giacomo-Giacomo” decido che è arrivata l’ora di dirigermi verso quell’incognita dal nome Auberge de jeunesse. Catena di ostelli di accettabile qualità a prezzi moderati. La camera è un buco, il bagno in comune ha la forma di un ascensore, ma non importa, i locatori sono accoglienti e il mood mi ricorda un po’ gli interni del panfilo di “I Love radio Rock” di Richard Curtis. Entro nella stanza, apro lo zaino e lo spettacolo che si presta ai miei occhi è atroce. Una doccia di sconforto mi travolge, mi ero dimenticato le infradito.

(27- 03-2016 Parigi)

David Bacci: un giro tra le mille striature dell’artista maremmano

Albinia. Nato nel 1976, vive ad albina, dove dirige la falegnameria Bacci, retaggio della famiglia da sei generazioni. Infatuato del mondo artistico sin da piccolo, David fruisce della propria conoscenza viscerale del legno e dell’esperta manualità figlia del mestiere per creare opere di raffinata bellezza. Il mix di tasselli, intarsi e pittura immergono l’artista nel periplo siderale del simbolismo, ma allo stesso tempo l’utilizzo di materiale di riciclo come base delle sue opere e le diverse tematiche toccate evidenziano una sensibilità verso l’ambiente ed una personalità impegnata e attenta. La numerosa produzione vanta opere esposte in prestigiose gallerie, collezioni private e locali blasonati. La purezza delle forme e la semplicità apparente delle realizzazioni trasmettono – in parte – il pensiero di un artista unito intimamente alla propria terra.

David, possiamo dire che la tua è stata un’alterazione nella dinastia di maestri del legno della famiglia Bacci; quando hai cominciato a appassionanti all’arte?

In primis io mi definiscono un falegname, tra pochi giorni festeggerò i miei venti anni di attività nel mestiere e amo quel che faccio. La passione per l’arte è sempre stata insita in me, nel 1989 a tredici anni in occasione del bicentenario della rivoluzione francese a Parigi, vinsi il primo concorso, realizzando una mini ghigliottina in legno, perfettamente funzionante, a dimostrazione della forza attrattiva di questa congenita passione.”

Ricordi un momento decisivo per la tua carriera?

“Come tanti artisti inizialmente ero intrappolato in un impasse di timidezza. La svolta grazie alla quale mi sono calato nel camice bianco è arrivata dopo una conversazione con una mia attuale cliente (di cui non posso fare il nome), la quale mi spronò aprendomi gli occhi e facendomi acquisire la fiducia che mi mancava.”

Le tue opere toccano molte tematiche, dalla religione alla natura, cosa ti ispira?

La religione è una delle innumerevoli “muse” di cui mi servo, sono credente ma non praticante  per puntualizzare. Francamente considero la mia ispirazione libera, non legata a qualcosa in particolare.

So che hai molto a cuore la questione ambientale, spiegaci come ogni materiale – o quasi – impiegato per le tue opere è rispettoso nei confronti di madre natura?

Le mie opere sono composte per gran parte con legni riciclati e colori naturali. Uso esclusivamente vernice all’acqua e scarti della falegnameria, piccoli accorgimenti di cui vado fiero.”

Come definisci la tua arte?

“…… fammici pensare, meglio riparlarne alla fine.”

A volte con pochi – a prima vista – semplici oggetti, riesci a celare una visione oculata della realtà, come nel quadro “Le sei Mogli di Enrico VIII”… come ci riesci?”

“In quel quadro – come in molti altri – sfrutto le curve morbidi e le venature interne del legno, per uscire dall’oggettiva concezione primaria del monade di legno bel lavorato e lasciar libero sfogo alla mia vena creativa. Considero l’interpretazione artistica una camicia: tutti possono indossarla ma ognuno di noi lo farà in modo diverso, chi la abbottonerà fino al colletto, chi tirerà su le maniche, chi lasciandola aperta indosserà sotto una maglietta divertente… in verità sono appagato quando l’osservatore travalica la mia personale visione del quadro.”

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“Le sei mogli di Enrico VIII”

Quali sono i tuoi artisti preferiti?

“Mi colpiscono molto le opere di Flora Feliciotti e Anny Baldissera, lo stile di Daniel Spoerri, la profondità dei quadri di Ennio Calabria e ultimo ma non certo per importanza, il lavoro di Giuliano Giuggioli, amico, confidente e mentore.”

Ho saputo della tua passione per il cinema, cosa guardi?

“Adoro il cinema in tutte le sue forme, i film che più hanno segnato l’Io cinefilo sono stati: “Pretty Woman”, “Ufficiale e Gentiluomo” e “Finché c’è guerra c’è speranza” (più per il concetto che esprime che per il film). Per quanto riguarda le serie Tv sono un grande fan del “Il Conte di Montecristo”, che assieme alle macchine sportive costituisce la mia debolezza latente.”

Prima di salutarci sei pronto a rispondere alla domanda schivata prima?

“Allora la risposta alla domanda e’ ….. POPULAR ART, ispirata alla pop art di Andy Warhol.”

Dedica speciale dell’artista

“Ringrazio la mia famiglia e chi mi sta vicino perché a volte mi rendo conto che sono veramente insopportabile ….. artisticamente parlando!”

Biografia e premi

L’arte dell’ebanista David Bacci (classe ’76) non può essere collocata sotto una sola corrente artistica .Il tratto minimale, le sue variazioni cromatiche essenziali, il sapiente utilizzo di materiale di riciclo come base delle sue opere tridimensionali, i soggetti spesso attuali, misti all’amore per la sua terra d’origine (la maremma) e l’abilità del proprio mestiere, rendono David un artista a tutto tondo .Fin dall’adolescenza dimostra in più occasioni la sua vena creativa, iniziando ad utilizzare il legno come canale comunicativo dei propri pensieri in forma artistica .Nel 1989, in occasione del bicentenario della rivoluzione francese, all’età di 13 anni, vince il suo primo concorso, con permanenza di una settimana a Parigi, realizzando una mini ghigliottina in legno, perfettamente funzionante .Tra le sue esposizioni personali, si ricordano quella a Forte Stella a Porto Ercole; a Palazzo Collacchioni a Capalbio; a Palazzo Chigi Zondadari Barabino a San Quirico d’Orcia; e quella di Porto Santo Stefano, alla Fortezza Spagnola, oltre naturalmente a diverse collettive in Italia, a Roma, Milano, Siena, Firenze, Pisa ed in Europa: Parigi, Lugano e Belgrado .David ha anche la non comune abitudine, di unire l’arte alla cultura enogastronomica maremmana, infatti ha delle mostre permanenti in alcuni locali molto “in” della Toscana, ad esempio il ristorante Nobili Santi all’Argentario Polo Club, al ristorante Da Maria a Capalbio, all’Osteria La Poventa ed all’Enoteca da Checco a Magliano in Toscana oltre a quelle ispirate al mare, al Tuscany Bay in Giannella (Locale del cantante Pino Daniele), ed alla Locanda dei MIlle a Talamone. La “personale” nel Luglio 2015 alla Polveriera Guzman, con oltre 45 opere, tra quadri, sculture ed istallazioni, dove si conferma il legame dell’arte di David con il suo territorio natio.Molti i premi e gli attestati ricevuti in carriera, tra gli ultimi presi: “Foglia d’Argento” nel Novembre 2014 e nel 2016, presso la Galleria Pilzergentrum a Castel Sant’Angelo, “Diploma d’Autore” nel Maggio 2015 e 2016, ritirati personalmente dall’artista in Campidoglio a Roma, “Arte d’Autunno” nell’Ottobre 2015 con premiazione presso la discoteca Gilda sempre nella Capitale .Il 2016, si e’ aperto con la partecipazione alla Biennale Internazionale di Arte a Roma in programma dal 16 al 24 Gennaio presso le Sale del Bramante a Piazza del Popolo, dove David ha presentato la scultura “Cielo”, di seguito ha partecipazione ad una importante collettiva a Salerno ad Aprile.Al Premio Primavera a Maggio sempre con una collettiva di artisti internazionali ancora a Roma in un centro di cultura religioso tedesco, ed a Luglio/Agosto/settembre con una personale alla Fattoria la Parrina, della Marchesa Franca Spinola, in occasione della presentazione degli ultimi libri della scrittrice Dacia Maraini , dello scrittore Antonio Manzini , di Pierluigi Battista (scrittore e giornalista), di Massimo Nava, anch’esso giornalista e scrittore, di Mauro Canali, ed infine della scrittrice Benedetta Craveri, una collettiva a Venezia presso la chiesa di San Leonardo ed una visita all’Harry’s Bar Cipriani per uno scambio culturale, ad Ottobre 2016 e’ in mostra a Milano alla Biblioteca Umanistica ed a Novembre sarà a Trieste per un’altra collettiva . Partecipa ad un concorso di arte tenutosi dal 20 al 27 gennaio 2017 alla Sala Mostre del Complesso Monumentale dei Dioscuri del QUIRINALE a Roma con  l’opera “BLACK CARDINAL”

Alcune opere

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“Genitori e Figli”


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“Venere Nuda”

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“Direzioni Distinte”

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“Aurora”

Quando il Garabombo cantò del Molotow

Quattro mesi fa mi trovavo ad Amburgo per assistere al Reeperbahn festival e tra la miriade di locali sfavillanti del miglio peccaminoso, rimasi folgorato da un due piani di nome Molotow. Lo stile londinese che trasudava dalle pareti mi riportò indietro agli anni sessanta, quando proprio sul quel suolo i Quattro di Liverpool muovevano i primi passi. Le luci soffuse ed il pavimento appiccicoso punzecchiavano la mia rupofobia più celata; la spumosa Astra sgretolava anche l’ultima particella di disdain cavillante. Non posso negare che divenne rapidamente il mio locale preferito, passai gran parte del mio tempo a ingurgitare birra ed ascoltare musica tra quelle mura caramellate. Vi domanderete cosa cazzo possa collegare un locale dove Frank Gallagher avrebbe potuto preparare le tartine per l’aperitivo, con uno stendardo di qualità come il Garabombo. Semplicemente vi rispondo la Musica.

Venerdì sul “palcoscenico” della Barca si esibiranno i Siberia. Quarto appuntamento dopo gli Etruschi From Lakota, i Luoghi Comuni ed i Finister; ai labronici l’onere di costruire la scalinata per salire al piano superiore. Inclusi tra i dodici finalisti di Sanremo Young 2015, la band di Livorno è fra le realtà più significative del panorama italiano. Lo stile new wawe si fonde alla perfezione con la voce melanconica e saggia di Eugenio Sournia (voce e chitarra), i testi sono specchi da i quali riflette l’immagine autentica di una personalità profonda ma al contempo frizzante. I ragazzi si esibiranno questo venerdì in Duo acustico, l’evento avrà inizio alle 22 (senza contare il quarto d’ora accademico degli artisti) nello storico locale Garabombo. In contemporanea saranno esposti i quadri del nostrano artista emergente Tommaso Valente.

Onestamente ripensando allo scenario da film dell’orrore transilvanico del Molotow ed a quello da mille e una notte del Garabombo, trovo difficile l’accostamento dei due locali, ma è alquanto esemplare – metaforicamente  parlando – come due band così distanti abbiano lo stesso cantante in comune. Di fatto la struttura della line-up del Gara, disegna chiaramente la voglia di aria nuova (o meglio, di voci nuove), come allo stesso modo le tendenze del Molotow si potrebbero definire rivoluzionare. In altri termini, nonostante i 2000 chilometri di distanza entrambi i locali adottando una politica young riportano in auge il sound di nicchia. Al cantante in comune adesso spetta solo il compito epifanico di riprendere i testi ed imbracciata di nuova la vecchia chitarra, chiudere per un momento il laptop, lasciando squillare un riff fresco ed energico, al quale dovremmo presto abituarci. La gioventù ringrazia.

Gli altri appuntamenti del Garabombo wine bar:

13/01 Siberia (LI)

20/01 Woody Gipsy Band (MI)

27/01 Redtree Groove (FI)

03/02 Monolougue (GR)

10/02 Violacida (LU)

03/03 Brace+Francesco Draicchio (Lo Stato Sociale)

10/03 La Maison (LI)

31/03 Cosmic Bloom (PARIGI)

07/04 Marigold (RM)

STAY BOMB!

Pubblica Amministrazione: uno sguardo kafkiano sulla precarietà italiana

“Nell’entrare per poco non cadde, perché dietro la porta c’era ancora un gradino. «Non hanno molti riguardi per il pubblico», disse. «Di riguardi non ne hanno proprio», disse l’usciere, «dia un po’ un’occhiata qui alla sala d’aspetto». Era un lungo corridoio, con delle porte di rozza fattura da cui si accedeva alle singole sezioni del solaio. Sebbene non ci fosse nessuna fonte diretta di luce, l’oscurità non era completa, perché alcune sezioni, invece che tramezzi di legno compatto, avevano sul corridoio semplici grate di legno, che arrivavano però fino al soffitto, attraverso le quali filtrava un po’ di luce e si vedeva anche qualche impiegato seduto a scrivere, o addirittura in piedi accanto alla grata a osservare attraverso le fessure la gente nel corridoio. Davano un’impressione di squallore. A intervalli quasi regolari, sedevano sulle due file di lunghe panche di legno sistemate ai lati del corridoio. Erano tutti vestiti in modo trasandato, quantunque, a giudicare dall’espressione del viso, dall’atteggiamento, dal taglio della barba e da molti piccoli particolari difficili da definire, quasi tutti appartenessero alle classi alte. Poiché non c’erano attaccapanni, avevano messo i cappelli sotto la panca, prendendo esempio probabilmente gli uni dagli altri. Quando quelli che sedevano più vicino alla porta scorsero K. e l’usciere, si alzarono per salutare, gli altri ritennero di dover salutare anche loro, e così al passaggio dei due si alzarono tutti. Non stavano mai ben dritti, la schiena era curva, le ginocchia piegate, sembravano mendicanti…”

Alla domanda del mio professore“lei come vede la Pubblica Amministrazione?” una strana trasmissione sinaptica ha riportato alla luce nell’anticamera del mio cervello uno scorcio molto particolare tratto dal testo “Il Processo” di Franz Kafka. Questa folcloristica attribuzione deriva da un’analisi più strutturale che istituzionale della Pubblica Amministrazione (e di chi la vive). L’atavica macchina statale evidenzia sempre più numerosi acciacchi, arrancando nell’adempiere le proprie funzioni dimostra inoltre la difficoltà funzionale del decentramento incompiuto. Espressione del potere governativo, la PA italiana conferma che il riformismo incompleto dei nostri esecutivi ha reso questo strumento farraginoso e vulnerabile, in quanto stabilmente accostata con l’epiteto “spreco” forma un binomio emblematico del Bel Paese. In conclusione penso che la visione di una macchina statale amministrativo/burocratica ingolfata e soffocante sia oramai interiorizzata e -sfortunatamente – integrata nella cultura politica nostrana, ciò a reso regolare e costante l’aumento della sfiducia verso gli enti pubblici, uno sviluppo dell’economia sommersa in aggiunta ad un sistema produttivo ansimante e dulcis in fundo è importante sottolineare come il centralismo restaurato abbia ulteriormente segmentato la nazione, marcandone gli aspetti deboli dell’applicabilità amministrativa a livello locale ed incrementando le disparità regionali.

El hombre de America

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Il 17 Dicembre 1830 in quel di Santa Marta, espirava l’estremo anelito il più grande Rivoluzionario dell’America Latina. Avrete notato che una delle similitudini che contraddistingue i più grandi della storia è la lungimiranza delle loro analisi, semplici o complesse che siano.

Quindi voglio ricordare Simón Bolívar come l’amico molto intelligente, che dopo venti minuti di silenzio seduti al tavolino del bar all’angolo, con poche semplici parole illumina:

“È più difficile mantenere l’equilibrio della libertà che sopportare il peso della tirannia.”

Simón José Antonio de la Santísima Trinidad Bolívar y Palacios de Aguirre, Ponte-Andrade y Blanco
24 luglio 1783 Caracas Venezuela 
17 dicembre 1830 Santa Marta Colombia 

 

THE ROLLING STONES Blue & Lonesome

THE ROLLING STONES                                                                                                                       Blue & Lonesome                                                                                                                                          (Polydor Records)

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È uscito il nuovo disco dei Rolling Stones, ed è una bomba di stile. Blue & Lonesome è l’inciso che riporta sul mercato mondiale quei pazzi sporchi, brutti e cattivi, rimasti sterili come una cellula sopita per ben 11 anni.

Un ritorno alle origini, le loro e quelle della Black music. Blue & Lonesome è stato prodotto da Don Was e The Glimmer Twins, registrato in tre giorni nei British Grove Studios, ascoltato per una vita. Il disco è un omaggio ai grandi del blues – ergo, un omaggio alla band stessa – da Little Walter a Eddie Taylor, fino ad arrivare a Howlin’ Wolf. La verità è che gli Stones – citando Nino Ferrer  – vorrebbero la pelle nera. Nati come blues band, a cinquantadue anni dall’uscita del loro primo LP Mick e compagnia bella dimostrano di saperci ancora fare. Un film del passato, vedi il cammeo del dottor Eric Clapton, anello di congiunzione catartico tra quel suono ispido e arrabbiato del caldo sud ed un educato ma vibrante ritmo della città. Dodici perle ed una sola ostrica. Little Walter è indubbiamente la voce narrante dell’avventura nell’universo afro dei Rolling Stones. Just your fool – track iniziale – Blue And Lonesome e Hate To See You Go (in particolare) esaltano l’harmonic beat di Jagger, e confermano l’assoluta naturalezza degli Stones nel maneggiare il genere musicale. Come un callo svilito da una pietra pomice, gli Stones sono riusciti a rimuovere la coriacea corazza con cui il Blues si è sempre difeso da quegli “estranei” che non possono capire certa musica.

Il ruggito di Jagger in All of Your Love rievoca i tempi in cui Jack Bruce scriveva la storia di Train Time, la complicità con cui Wood, Richards e Watts combinano è segno della sincera passione con cui è stato creato il disco e dulcis in fundo il marchio inconfondibile di Clapton in Everybody Knows About My Good Thing rendono il tutto un inno al malinconico sound nato intorno al 1900 nel delta del Mississippi. Il Blues è da sempre un modo di essere, un profumo grezzo e pungente spruzzato negli occhi. Frutto della emarginazione sociale il canto della povertà viene cullato dall’eterna passione degli Stones: quella di sorprendere. Nell’era di Spotify, i vecchi pirati non resistono al fascino delle antiche note sinuose, colme di rancore; non esitano a impugnare la protesta e farla loro. Il disco è un martello scagliato contro le barriere. Cancellato quell’atavico dolore intrinseco gli Stones – in particolare in Commit a Crime di Howlin Wolf – ricostruiscono a modo loro le frequenze diatoniche, urlando così a gran voce “Siamo tornati!”.

La fame con cui gli strumenti rubano la scena per sprigionare tutta la loro prestanza e la troppa tequila ingurgitata da Jagger che gli ha reso la voce come carta vetrata, rendono il disco epico e confermano la sfacciata voglia di non tramontare mai di questi diavoli dalle forme umane.

Questa la tracklist completa:

1. Just Your Fool (Original written and recorded in 1960 by Little Walter)

2.  Commit A Crime (Original written and recorded in 1966 by Howlin’ Wolf – Chester Burnett)

3. Blue And Lonesome (Original written and recorded in 1959 by Little Walter)

4. All Of Your Love (Original written and recorded in 1967 by Magic Sam – Samuel Maghett)

5. I Gotta Go (Original written and recorded in 1955 by Little Walter)

6. Everybody Knows About My Good Thing (Original recorded in 1971 by Little Johnny Taylor, composed by Miles Grayson & Lermon Horton)

7. Ride ‘Em On Down (Original written and recorded in 1955 by Eddie Taylor)

8. Hate To See You Go (Original written and recorded in 1955 by Little Walter)

9. Hoo Doo Blues (Original recorded in 1958 by Lightnin’ Slim, composed by Otis Hicks & Jerry West)

10. Little Rain (Original recorded in 1957 by Jimmy Reed, composed by Ewart.G.Abner Jr. and Jimmy Reed)

11. Just Like I Treat You (Original written by Willie Dixon and recorded by Howlin’ Wolf in December 1961)

12. I Can’t Quit You Baby (Original written by Willie Dixon and recorded by Otis Rush in 1956)